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12 luglio 2012

Il Castello a teatro!

Dall’omonimo romanzo di Franz kafka, pubblicato postumo nel 1926, nasce la pièce “Il castello“, adattamento per il palcoscenico del regista Giorgio Barberio Corsetti che lo ha portato in scena l’11 e il 12 luglio alle 21:45 all’ex Paolo Pini, ex casa di correzione per malati di mente: non a caso il nome della manifestazione che da titolo al festival “Da vicino nessuno è normale“.

Dopo averlo fatto debuttare in Francia, Corsetti ne ha ideato una nuova versione per uno spettacolo itinerante con Ivan Franek, Mary Di Tommaso, Julien Lambert, Fortunato Leccese, Fabrizio Lombardo, Alessandro Riceci e Patrizia Romeo. Alla ribalta si vedranno le peripezie del personaggio “K” con il suo arrivo al villaggio, la conquista e la perdita di un’istabile posizione, gli incontri con gli abitanti e gli ambigui emissari del Castello.

Il pubblico in sala, tramite la rappresentazione, ha avuto occasione di scoprire attraverso le tappe del suo percorso, un’umanità a dir poco paradossale. Nel racconto dell’autore praghese nella rivisitazione di Giorgio Barberio Corsetti, si può ammirare l’opera di Kafka come metafora della condizione dell’uomo post-moderno che, immerso in uno stato di impotenza prova un forse senso di frustrazione nel non riuscire più a dare dei criteri interpretativi validi alla realtà che lo circonda.

Varie le direzioni interpretative di questa linea comune di lettura dell’opera: quel mondo in cui il protagonista, spersonalizzato del suo stesso nome, ridotto ad una lettera, quella “K” che fa intuire che il protagonista e le sue emozioni sono legate in maniera probabilmente stretta con l’autore, si presenta a lui sotto forma di un minaccioso castello che sovrasta da una collina un villaggio di sospettosi e chiusi abitanti. Ciò viene variamente interpretato, essendo Kafka stesso uno degli autori tra i più oscuri del secolo scorso.

Secondo critici di stampo marxista quel castello può rappresentare il sistema che opprime l’uomo nelle sue regole e vincoli economici, la sede della stanza dei bottoni dei rapporti e delle forze di produzione. Per la critica esistenzialistica siamo dinanzi alla più spietata e veritiera rappresentazione di gettatezza della condizione umana, in un universo di scelte annullate dall’unica vera possibilità concreta, la fine.

Minore ma non meno importante la critica che si rifà alla scuola psicanalitica, che vede nelle vicende dell’agrimensore K il riflesso delle nevrosi dell’uomo moderno, incapace di liberarsi di esse, e dunque da esse immobilizzato in una realtà frustrante. Tutte attendibili e tutte valide, vederlo è la cosa migliore per farsene una propria

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