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30 luglio 2012

Imparare con un click

Da YouTube, a Vimeo, e ancora al sito americano Howcast, la rete sempre più straripa e impazzisce per l’apprendimento fai-da-te.

YouTube

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Video tutorial di ogni genere, più o meno seri, più o meno (consapevolmente) ironici, sono entrati, di fatto, nell’immaginario collettivo e nelle abitudini quotidiane di gran parte della popolazione. Pronipoti forse di quelle raccolte, corredate di audiocassette ed ammennicoli vari, che un tempo si conquistavano, faticosamente, settimana dopo settimana, in edicola, questi video fai-da-te sono un interessante squarcio sul nostro tempo.

Da una parte, infatti, c’è lo spassionato amore che quest’epoca dimostra per tutto ciò che è video. Secondo comScore il numero di visualizzazione in streaming della popolazione americana è passato, in un anno, da quasi 2 miliardi a 17 miliardi. La sempre verde accoppiata voyeurismo/protagonismo rompe cos definitivamente i confini dell’hard e del “filmettino casalingo” (del matrimonio, delle vacanze, ecc.) per coinvolgere ogni aspetto della vita umana.

Sul web tutti vogliono insegnare tutto, alla ricerca di quei fantomatici minuti promessi da Warhol, e tutti vogliono imparare tutto. Una nuova forma di “all you can eat” che si colora del più tradizionale sbocconcellamento veloce, vorace e indistinto, senza tovaglia né posate. Dalle ricette di cucina, ai corsi di fai-da-te, per passare attraverso i segreti del make-up o della chitarra, in un pomeriggio si può avere la sensazione acquisire capacità di ogni genere. Certo è che i contenuti, per avere successo (ossia visualizzazioni), devono essere facilmente fruibili, d’immediata assimilabilità e, soprattutto, collocarsi in un panorama sterminato di possibilità e varianti.

Come allora questi canali soddisfano il nostro bisogno di sapere? Il video tutorial si basa essenzialmente su un apprendimento di tipo visivo in cui concetti, idee e tecniche sono associate a immagini. Un tipo di apprendimento che troviamo in tutte le forme di tutorial (anche nella più tradizione presentazione con PowerPoint) ma che qui si amplifica esponenzialmente, fondandosi su quella che potremmo definire una mimesis: l’imitazione è alla base dell’apprendimento.

Se in qualche modo questo è sempre vero, la totale assenza di una mediazione personale (almeno nella sua intenzione comunicativa) è funzionale nel caso dell’apprendimento di gestualità semplici. Dovete montare un mobile che si presenta come un puzzle? Il tutorial web è un sistema perfetto per velocizzare la procedura e “perdersi” la soddisfazione di litigare per ore con un foglietto d’istruzioni pieghevole formato A2.

Meno indicato forse nell’apprendimento di conoscenze più complesse. La mancanza di mediazione (o rielaborazione, per usare un termine demodè) nell’imparare una gestualità, infatti, quel non doversi scervellare per ore, riduce la padronanza di ciò che si va a fare. Acquisire competenze, invece che nozioni (altra terminologia tanto cara negli ultimi anni), non è una questione di teoria o pratica: è innanzitutto il sapere accedere alla ratio di una gestualità, qualunque essa sia, comprendere ciò la rende una tecnica.

Senza voler cadere nel nostalgico, c’è poi la questione che riguarda il ruolo della ricerca nell’apprendimento. Lo sforzo nel reperire le fonti, comporle e sceglierle è parte essenziale non solo del gesto di comprensione dei contenuti ma anche della focalizzazione dei propri interessi. La percezione della non necessità di selezionare i contenuti, caratterizzante la veste comunicativa di questi canali web, favorisce quantomeno la superficialità: perché scegliere se ci si può interessare a tutto? Un mezzo straordinario allora, quanto a varietà e possibilità, se non si cade in quella patina illusoria di accesso illimitato e immediato a tutto. Non tutto è immediato, non tutto è sul web e, soprattutto, la nostra capacità di apprendimento non è illimitata.

Qualunque sia il punto di partenza, l’impressione è che ogni volta che viene nominata la rete, nei suoi pro e contro, si finisce sempre sulla stessa questione: il problema della selezione delle fonti. Perché sul piano teorico internet è un esercizio di fiducia oltre che di democrazia: è la realizzazione dell’idea che ciascuno, in un luogo dove c’è tutto, possa trovare il suo; è l’emblema della possibilità di autorealizzazione tramite la conoscenza e l’informazione.

L’ovvia controparte è che, dove c’è (o pare che ci sia) tutto, è più difficile trovarsi. È certo che la cultura personale aiuti nella cernita (in particolare nella capacità di valutare la qualità dei materiali), è altrettanto certo che esista una componente istintiva anche qui: la capacità di orientarsi in una giungla mai esplorata è un po’ fortuna, un po’ esperienza, un po’ fiuto.

In senso ottimistico, questi canali dunque sono una sfida a se stessi e alla propria capacità di guardare a ciò che si cerca e non ciò in cui ci s’imbatte, l’abilità di non essere indistintamente sommersi al punto di non sapere più che cosa si stesse cercando. La possibilità, anche nel web, di un pensiero che scopre ciò che trova.

Ma, “se un giorno incontrerete un ragazzo, un certo John Ludd, lontano discendente di QUEL Ned Ludd, con in mano uno quegli strani affarini rotondi che contiene 3800 ore di musica. E non musica qualsiasi, tutta la migliore musica degli ultimi Vent’anni, nessuna nota esclusa. E che cosa poco per giunta. Bene, se vedrete quel ragazzo prendere quell’affarino, sollevarlo al cielo e spezzarlo in due… non chiedetegli perché. Quel ragazzo non sopportava l’idea di non avere abbastanza tempo per ascoltarla tutta” (dallo spettacolo teatrale I bambini sono di sinistra, Claudio Bisio).

Selene Parigi

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