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29 luglio 2012

L’Ilva di Taranto tra disastro ambientale e timori occupazionali

Sono ore di tensione a Taranto. Dopo il deposito da parte del G.I.P. Patrizia TODISCO dei provvedimenti di sequestro, senza facoltà d’uso, degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva e l’adozione delle misure cautelari per alcuni indagati nell’inchiesta per disastro ambientale, è esplosa la rabbia dei lavoratori del siderurgico jonico.
L’esecuzione del sequestro, deciso dalla magistratura, comporterebbe un blocco della produzione con conseguente ricadute occupazionali in danno dei 17 mila lavoratori.

Ma questa storia di degrado ambientale che ha costretto la magistratura ad una decisione così gravosa e severa parte da lontano: l’industria dell’acciaio da decenni è da anni sotto accusa in ragione delle sue responsabilità per l’inquinamento divenuto fonte di morti per tumore. La presa di coscienza della cittadinanza tarantina non si è fatta attendere; soprattutto negli ultimi tempi si è assistito a forme di organizzazione in comitati e associazioni, finalizzati non solo alla denuncia della gravissima situazione ambientale della città, ma anche per chiedere decisi interventi per provi rimedio.

Va immediatamente precisato che in assenza di un’adeguata normativa, la fattispecie sottoposta all’esame della procura tarantina può essere ricompresa nell’art. 434 c.p il quale punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità.
Il disastro ambientale è riconducibile alla definizione di “altro disastro” contenuta nel citato articolo nel caso in cui si configuri un danno grave e irreparabile all’ambiente e vi sia pericolo per la sicurezza della collettività.

Ai fini della sussistenza del reato di disastro ambientale, sono richiesti dei requisiti essenziali : la diffusione nello spazio circostante la zona interessata, la messa in pericolo della vita o dell’incolumità delle persone indeterminatamente considerate, la sussistenza di un nesso causale tra il comportamento colposo e l’evento, l’insorgenza di un senso di allarme nella collettività.
Oggetto della tutela, è quindi, la salute dei cittadini; sotto il profilo dell’incolumità l’evento assumendo dimensioni estese, possono considerarsi non soli i danni di ambientali, ma anche le cattive conseguenze di carattere economico sulle attività agricole e zootecniche dell’area contaminata. Tali pregiudizi, infatti, sono oggetto di approfonditi accertamenti da parte degli enti preposti, quali ad esempio l’ARPA (Agenzia Regionale di Protezione dell’Ambiente).
La condotta illecite dell’imprenditore consiste nel non aver adottato lo strumento di prevenzione a sua disposizione idoneo a garantire un maggior livello di sicurezza soprattutto quando gli è richiesto preservare, nell’esecuzione della propria attività, la vita e la salute delle persone-

Oltre che prevedibile, l’evento deve essere altresì evitabile; la Suprema Corte, attraverso una pronuncia adottata a Sezioni Unite ha chiarito che devono in primis individuarsi tutti gli elementi concernenti la causa di tale evento; non devono, inoltre interferire fattori alternativi posto che al momento della realizzazione della condotta deve sussistere “una regola di esperienza in grado di esprimere una regolarità di successione tra quel tipo di condotta e quel tipo di evento, così come si è verificato, che renda oggettivamente prevedibile la verificazione dell’evento” (Cass. Sent. 10 luglio 2002).

In queste ore è furente la polemica politico-giudiziaria. Risultano quanto mai risibili le critiche alla magistratura tarantina ha adempiuto esclusivamente all’obbligo di accertamento dei reati (e di irrogazione dei relativi provvedimenti) sancito dalla Costituzione; sotto accusa, invece, devono esserci le vergognose latitanze del mondo politico nazionale e locale che hanno prodotto nell’indolenza simili conseguenze.
L’inquinamento è reale, le morti per tumore nella città jonica sono fatti accertati e documentati; il G.I.P. TODISCO lo ha ampiamente sostenuto nei provvedimenti adottati.

Francamente appare piuttosto sorprendente che si accusino i magistrati di aver messo in pericolo il posto di lavoro di migliaia di operai. Il rischio in tutti questi decenni è stato sempre in agguato; è fin troppo chiaro che prima o poi chi ha il compito di tutelare la sicurezza e la salute dei cittadini sarebbe giunto a tali decisioni.

E adesso, accanto a questo immane problema di salute, anche la questione occupazionale: migliaia di operai rischiano di perdere il proprio lavoro e con esso la certezza di garantire alle proprie famiglie una vita serena e dignitosa.
Di certo non è più ammissibile che si continui a tergiversare, a non intervenire: in gioco c’è il destino di una città, per troppo tempo vilipesa, umiliata e violentata da anni di abbandono, disinteresse e indifferenza; un territorio in ginocchio, senza prospettive di un futuro sereno per le sue giovani generazioni, condannate a vivere in un ambiente insalubre.
Il delitto più atroce non sarebbe solo quello di non tutelare la salute della popolazione, ma anche il diritto al lavoro. A Taranto c’è chi rischia di pagare due volte: da operaio e da cittadino. E di certo per responsabilità imperdonabili altrui.

Fonte foto: ilgiornaledellaprotezionecivile.it

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