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20 agosto 2012

Erasmus: punizione o opportunità?

Nel passato città come Bologna, Pavia, Parigi o Oxford erano i centri principali della cultura europea. Esse ospitavano spesso docenti e studenti provenienti da altri Paesi, e avevano un’apertura verso le culture estere forse maggiore rispetto a quella odierna.

Tuttavia oggi il numero di città aperte a progetti come l’Erasmus è cresciuto enormemente: ma come è vista questa esperienza dalle persone comuni? Secondo Jean-Robert Pitte, geografo e saggista di fama, ex rettore della Sorbona, oltre che presidente dell’associazione che promuove il Festival internazionale di Geografia di Saint-Dié-des-Vosges e autore di rapporti presso l’Unesco sul patrimonio mondiale, a volte l’Erasmus diventa quasi una punizione.

Nel suo intervento apparso sull’Avvenire si apprende come ad esempio in Francia è diffusa l’idea che soggiornare all’estero sia uno step indispensabile per imparare una lingua e quindi trovare un lavoro soddisfacente. Non come un’opportunità di crescita anche a livello individuale, quindi, ma come un obbligo.

E’ questo che bisogna cambiare, dato che l’Europa e il mondo sono in continua evoluzione a livello sia economico che sociale, e si va sempre più verso la globalizzazione e il multimedialismo. Tuttavia questo non vuol dire necessariamente perdere la propria identità nazionale e culturale: solo non estremizzarla e rimanere aperti alle possibilità che offre il futuro.

Dopo la caduta della cortina di ferro, lo scambio tra est e ovest è molto più facile: si è visto che molti popoli dell’est hanno mantenuto un’apertura nei confronti dell’Europa, un senso del destino comune dei popoli, riuscendo a resistere alle pressioni della guerra fredda. Ad esempio in una cittadina al confine tra Romania e Moldavia, esiste un dipartimento universitario di geografia dove si è insegnato fin dall’inizio del Novecento in francese, anche durante l’epoca comunista.

Un altro fattore che determina la separazione tra “le due Europa” è la divisione tra cattolici e protestanti: i primi con un background che propende verso la fiducia, i secondi che tendono invece a eliminare del tutto questo aspetto e a basare la propria vita sulla responsabilità individuale. Ma, continua il professor Pitte, “questa diversità europea è una ricchezza, non un limite. L’Europa di domani potrà beneficiare al meglio degli apporti e dei pregi di entrambe le culture“.

Fonte Immagine: http://www.corriereuniv.it

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