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29 agosto 2012

Incendi estivi: una piaga senza fine che distrugge la natura

Gli incendi estivi
Gli incendi estivi

Gli incendi estivi

Come ogni estate si ripropone il problema degli incendi estivi dolosi che devastano il patrimonio naturalistico del nostro Paese con gravi ripercussioni sull’ecosistema. In che modo il nostro ordinamento persegue tali reati?

Preliminarmente va ravvisata una rilevante innovazione culturale sotto il profilo della classificazione del reato di incendio, precedentemente ricompreso tra quelli contro la proprietà per poi essere connotato di natura sociale; in particolare, nel nostro Codice Penale, il reato in questione è rientra tra quelli contro l’incolumità pubblica, nozione da riferire non solo alla vita ed all’integrità fisica delle persone, ma anche alle situazioni di pericolo, vale a dire ad eventuali ipotesi di danno per gli individui.

Dalla rinnovata impostazione culturale che vede nell’incolumità pubblica e non il patrimonio la tutela da garantire, ne discende che deve considerarsi non solo l’entità del danno materiale prodotto, ma anche alla situazione di pericolo determinata.

Più in particolare, ai sensi dell’art. 423 del Codice penale è punito con la reclusione da tre a sette anni chiunque cagiona un incendio; al secondo comma è prescritto che la disposizione trova applicazione anche nell’ipotesi di incendio di cosa propria qualora ne derivi pericolo per l’incolumità pubblica.

Sotto il profilo concettuale, gli incendi estivi consistono in “un fuoco di vaste proporzioni” che tenda, quindi, ad estendersi e che sia di difficile contrasto attraverso le operazioni spegnimento e da cui derivi, come si è già rilevato, pericolo per l’incolumità pubblica; deve precisarsi che la situazione di pericolo – da accertarsi non con riguardo a sensazioni soggettive, ma tenendo conto della sua oggettiva potenzialità – può essere cagionata non solo dalla diffusione delle fiamme, ma anche dagli effetti diretti del fumo, quale fumo, calore o mancanza di ossigeno.

Soggetto attivo del reato di incendio può essere “chiunque” e su qualunque cosa; naturalmente, possono intervenire delle circostanze aggravanti o peculiari qualifiche del reo, potendo essere quest’ultimo n pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che agisca con abuso di potere o in violazione di doveri inerenti ad un pubblico servizio; assume, inoltre, estrema rilevanza la particolare destinazione del bene, ossia edifici pubblici, navi, sedi ferroviarie, ecc. .

Sotto il profilo soggettivo, il reato deve essere compiuto a seguito di una volontà dell’agente di produrre l’effetto antigiuridico o, anche, di un qualsiasi elemento, quale l’imprudenza, che possa delineare l’ipotesi della colpa; tra la condotta e l’evento deve ravvisarsi, altresì, un nesso di causalità.

In relazione alla pericolosità come elemento caratterizzante dei reati contro l’incolumità pubblica, va rilevato che il pericolo può essere presunto o effettivo a seconda che sia direttamente connesso alla consumazione del reato o che risulti indicato dal legislatore come possibile effetto di un’azione che, di per sé, potrebbe non essere giuridicamente rilevante, ma che, proprio per l’effetto prodotto, assume il carattere di reato.

Più specificatamente, nell’ipotesi di incendio di cosa altrui il pericolo è sempre presunto poiché il reato è idoneo a produrre effetti negativi negative sulla incolumità pubblica; nel caso di incendio di cosa propria si determina la fattispecie di pericolo concreto.

Tale reato, naturalmente, è configurabile anche come tentativo ai sensi dell’art. 56 c.p.

L’art. 424 del c.p. punisce con la reclusione da sei mesi a due anni, chiunque, al solo scopo di danneggiare la cosa altrui, appicca il fuoco a una cosa propria o altrui se dal fatto sorge il pericolo di incendio. La stessa norma prevede un inasprimento della pena nel caso in cui il focosi stato appiccato a boschi, selve e foreste o a vivai forestali destinati al rimboschimento segua l’incendio.

Differentemente dall’ipotesi di chi all’ art. 423 c.p. caratterizzata volontà di provocare un incendio, nella seconda disposizione il legislatore persegue il caso in cui semplicemente si causi un danno.

Sussiste anche l’incendio colposo di cui all’art. 449 c.p. punito con la reclusione da uno a cinque anni; a tal proposito la Cassazione ritiene rilevante non la mera accensione del fuoco, ma l’azione o l’omissione che ha “consentito al fuoco di divampare in incendio” (Cass. sent. n. n. 1238/2003) come nel caso del sorvegliante di una discarica di rifiuti che non ha adottato tutte le misure atte a prevenire il pericolo.

Da non tralasciare le ipotesi in cui gli incedi siano appiccati da clan mafiosi in attuazione di specifici intenti criminali.

Nonostante questo assetto sanzionatorio estremamente rigoroso, gli incendi estivi sia dolosi che colposi, seguitano a devastare il nostro patrimonio naturalistico con ineluttabile puntualità ad ogni stagione estiva. E solo per la medesima ragione, vale a dire l’annosa anomalia della giustizia italiana: la non certezza della pena.

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