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11 agosto 2012

La dis-utilità del riso

In Essai sur la signification du comique Henri Bergson tenta di esprimere in modo significativo l’ importanza del riso innanzitutto nel suo riflesso sulla società e sull’ arte e per ciò materia di dissertazione filosofica.

Cosa significa il riso e cosa c’ è in fondo al ridicolo sono le due domande alle quali il filosofo che indaga sulla conoscenza, cerca di rispondere. Si parte di certo con l’ affermare la relatività del comico.

Essa è una materia dinamica che schiva qualsivoglia regola che la predetermini cercando di attribuirle determinate categorie che tanto inorgogliscono l’ animo curioso medio. Sono i procedimenti di fabbricazione del comico gli strumenti che permettono di comprenderne invece l’ origine ultima.

Secondo il primo, non si da comicità per Bergson se non in ambito strettamente umano;secondariamente, lo scatenarsi del riso si caratterizza in modo necessario attraverso una insensibilità, quantomeno momentanea. “Il più grande nemico del riso – afferma Bergson – è l’ emozione”. Infine, secondo il terzo procedimento, il riso è sempre il riso di un gruppo, di una comunità.
Il riso, questa la tesi di Bergson, è un fenomeno con una sua precisa utilità, la quale consiste nel correggere tutte quelle forme di irrigidimento contro la vita sociale che sono troppo blande per essere sanzionate materialmente dalla legge o dalla morale, ma che nondimeno minacciano il suo pieno sviluppo. Stare in società, ovvero essere uomini, implica una costante attività di adattamento nei confronti dei nostri simili. Questa goffaggine nei comportamenti, questa rigidità, questo automatismo nel vivere e nel rapportarsi ai propri simili sono materia per il comico.

Una meccanicità placcata sulla vita della quale il riso vuole essere il castigo. I medici di Molière ma altrettanto gli psicanalisti di Woody Allen sono esempi massimi antichi e moderni, di una stessa insocevole irrigidità. Il comico viene dipanato in una triade di espressioni: il comico delle forme, dei gesti e dei movimenti; il comico di situazione e di parola, che si sofferma sui procedimenti cosiddetti ripetitivi, elaborando un intelligente parallelismo tra le forme del comico e alcuni giochi infantili. La terza ed ultima parte, infine, s’incentra su quello che Bergson chiama comico di carattere con automatismi fissi di comportamento. Essi non sono degli individui, bensì degli stereotipi, dei tipi, appunto Bergson, quella che scaturisce dalla rappresentazione di un individuo come fosse un fantoccio articolato nelle mani di un vizio.

Il compito dell’arte, in tutte le sue forme, è precisamente di sollevare il velo di utilità, di sospendere, per un istante, le esigenze pressanti dell’agire, facendoci cogliere così, in una pura dimensione di dis-interesse, l’irripetibile individualità delle cose di cui si compone il mondo.

 

Fonte Foto: zret.blogspot.com

 

 

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