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1 agosto 2012

Le politiche “Giano Bifronte” del Governo sull’Istruzione

Gli ultimi atti pubblici del governo tecnico in materia di istruzione e università stanno mettendo in luce l’atteggiamento bipolare di un esecutivo che da una parte punta a fare cassa andando a spremere anche quei settori un tempo considerati strategici, inviolabili; dall’altro tenta di salvare le apparenze, sbandierando la necessità dei provvedimenti adottati, propagandandoli come riforme salvifiche e benefiche.

Il Governo dei professori ha insomma dimostrato ampiamente di guardare più verso l’interesse particolare, che non verso le reali necessità generali, adottando una sorta di politica alla “Giano Bifronte”, specie con gli ultimi interventi di “razionalizzazione”, termine molto in voga, sinonimo di taglio.

Tagli, sempre tagli, fortissimamente tagli. Così come previsto dalla spending rewiev, anche gli istituti di ricerca, tra cui l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, agli onori della cronaca per aver contribuito alle ricerche sul bosone di Higgs, verranno alleggeriti di ben 51 milioni di euro per anno tra il 2013 e il 2014 (cfr laRepubblica.it). Ma, con la scure del boia già pronta a vibrare il colpo ferale, parte l’opera di convincimento e la retorica sull’importanza strategica della ricerca per l’economia di ogni Paese sviluppato. Concetto, questo, ribadito giusto ieri a Perugia dal Ministro dell’Istruzione Profumo, nel corso della presentazione del progetto “Smart Cities and Communities and Social Innovation” con cui dare impulso a questo settore, attraverso l’iniziativa e il sostegno delle imprese. Quelle sopravvissute alla stretta creditizia e alla pressione fiscale, si intende.

Nel medesimo provvedimento di razionalizzazione della spesa sono previste novità allarmanti per la popolazione universitaria. Dietro la polemica sui fuori corso e sull’aumento punitivo delle rette a loro discapito, si cela una ben più scottante verità. Infatti il maxi emendamento presentato dal Governo aggiunge quattro righe con cui si specifica che i rincari diventano possibili anche per chi è al passo con gli esami (cfr Corriere.it). Stabilita la percentuale degli aumenti delle tasse in base al reddito (del 25% fino a 90mila euro lordi l’anno, del 50% fino a 150 mila, del 100% oltre i 150 mila), si passa ad evidenziare che queste misure hanno il grande pregio di bloccare le tasse per tre anni, a partire dall’anno accademico 2013-2014, per gli studenti meno abbienti il cui reddito Isee sia al di sotto dei 24 mila euro. Per loro l’aumento non potrà superare il tasso dei prezzi al consumo, ovvero l’inflazione. Che in questo momento è comunque galoppante.

Infine anche sotto il profilo occupazionale l’istruzione è costretta a subire il bifrontismo. Recentemente è stata diffusa l’incoraggiante notizia circa le oltre 26 mila assunzioni nella scuola a partire da settembre. A fare da contraltare è la mannaia che colpirà ben 15 mila supplenti che, ironia della sorte, da settembre non troveranno più lavoro e stipendio, dal momento che – come si legge su laRepubblica.it – «i docenti in soprannumero saranno costretti a fare da tappabuchi nelle scuole anche per piccole supplenze, quelle che erano appannaggio dei precari».

Alla luce di tutto ciò è difficile prevedere di quale morte moriranno scuola, università e ricerca in Italia. Di garantito vi è solo la triste sconfortante notizia che la politica dei tagli, preferita a quella degli incentivi e degli investimenti, creerà un vuoto difficile da colmare tra i pochi in grado di permettersi gli studi e i tanti che non potranno farlo, quella moltitudine di studenti disagiati o lavoratori precari irrispettosamente definiti bamboccioni o, con metafora zoologica, asini.

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