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29 agosto 2012

Venezia: la Biennale Architettura cammina su un terreno comune

Apre oggi al pubblico la tredicesima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, curata da David Chipperfield e intitolata Common Ground. 69 progetti di architetti, artisti, fotografi e critici e 55 partecipazioni nazionali distribuite tra i Giardini e l’Arsenale indagano il tema proposto dal curatore: illustrare idee comuni e condivise che costituiscono la base di una cultura architettonica.

L’idea è quella di “stimolare i colleghi a reagire alle prevalenti tendenze professionali del nostro tempo che tanto risalto danno alle azioni individuali e isolate” dichiara Chipperfield. “Ho voluto incoraggiarli a dimostrare, invece, l’importanza dell’influenza e della continuità dell’impegno culturale”. Un obbiettivo ambizioso, in un momento storico in cui si sente parlare molto più spesso di archistar e singoli progetti di grande impatto piuttosto che di architettura partecipata e riqualificazione programmata del tessuto urbano (una dicotomia ricordata proprio in questi giorni da molti in occasione della morte del grande urbanista Italo Insolera).

Il nodo centrale è rimediare allo scollamento tra architettura e società civile” spiega il Presidente della Biennale Paolo Baratta, ed è proprio dall’Italia che la Biennale parte per dare il proprio contributo: “l’Italia rimane la patria spirituale dell’architettura”, commenta ancora Chipperfield, “è qui che si può comprendere pienamente l’importanza dell’edificio non come spettacolo individuale, bensì come manifestazione di valori collettivi e scenario della vita quotidiana”.

Come hanno risposto gli architetti all’invito di Common Ground? Iniziamo dal padiglione del Giappone, che ha vinto Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale. Architecture possible here? Home-for-All cattura in pieno il tema della mostra: il noto architetto Toyo Ito, ha collaborato con colleghi più giovani e con la comunità locale per affrontare la difficile progettazione di un nuovo centro per la città di Rikuzentaka, distrutta dallo tzunami. I progetti sono accompagnati dalle immagini del fotografo Hatakeyama, che torna nella sua città natale dopo la devastazione, e dal racconto di un viaggio attraverso distruzione e rinascita.

La necessità di riappropriarsi di spazi urbani abbandonati attraverso soluzioni creative è invece il nucleo centrale del padiglione statunitense, dove l’installazione Spontaneous Interventions: Design Actions for the Common Good, ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria, colpita dalla sua “celebrazione della capacità degli individui di cambiare la società con gesti piccoli ma efficaci”. Architetti, designers e artisti emergenti raccontano interventi sul tessuto urbano attraverso 124 pannelli mobili appesi al soffitto: dall’affitto di spazi aperti inutilizzati per creare istallazioni d’arte, beer garden e stand alimentari a San Francisco e Dallas, ai microparchi che occupano aree di parcheggio o ridanno vita ad aree asfaltate inutilizzate, al negozio di verdure fresche in vendita su un autobus dismesso di Chicago, il padiglione sorprende per la molteplicità delle idee innovative proposte.

Ricevono una menzione speciale della giuria anche il padiglione polacco, uno spazio completamente vuoto che accoglie il visitatore invitandolo ad ascoltare i suoni provenienti dalle pareti, e quello russo, dove tre sale sono interamente coperte di codici QR. Un iPad fornito all’ingresso permette di decifrare i codici e vedere i progetti architettonici per la città russa di Skolkovo, un nuovo centro urbano di ricerca e innovazione che riecheggia le città “segrete” costruite dall’Unione Sovietica prima della caduta del muro di Berlino.

Riflette sui cambiamenti storici anche il padiglione di Israele dove, oltre al merchandising (rigorosamente in vendita) del designer Tal Erez dedicato ai momenti e protagonisti dei rapporti tra Israele e Stati Uniti dal 1973 ad oggi, compaiono i progetti delle città abitate dai coloni israeliani in territorio palestinese, inquietanti prodotti di quarant’anni di storia (e di guerra) dove tessuto urbano e territorio circostante costituiscono spesso due mondi privi di qualsiasi contatto.

Tra le istallazioni dell’Arsenale meritano infine una visita Torre David / Gran Horizonte di Urban-Think Tank e Justin McGuirk (Leone d’oro per il miglior progetto rappresentante il tema di Common Ground), che descrive il riutilizzo di un edificio di Caracas abbandonato e incompiuto e oggi occupato da famiglie che hanno creato una nuova comunità, e Gateway, spazio immersivo visivo e sonoro progettato da Norman Foster con il regista Carlos Carcas e l’artista visivo Charles Sandison.

E’ una Biennale di grandi idee e piccoli progetti, nomi celebri e giovani emergenti che si confrontano con la propria storia, la cultura e le comunità locali per costruire le città di un futuro sostenibile. Un viaggio intorno al mondo alla scoperta di architettura e società.

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