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25 settembre 2012

“1948”: la straordinaria verità di Yoram Kaniuk

… tutto nella vita e forse anche nella morte (…) si fonda su tre principi: Vendetta. Tradimento. Invidia. Gli ho chiesto ragguagli sull’amore e lui ha detto: Amore – solo se è tradito o se è per scherzo. L’amore viene dopo il tradimento, ma per te verrà prima”.

Una frase effettivamente sentita da quel giovane soldato che indossò una divisa alla ricerca dell’Indipendenza di un agognato Stato? O sognava quel diciassettenne che imbracciò un fucile in difesa di quell’ideale, ignorando forse anche il significato stesso di quella parola e di cosa effettivamente bisognasse fare per creare lo Stato d’Israele?

Una frase cinica ma, a tratti, forse, una triste verità. Una frase molto probabilmente immaginata. Forse sognata in quel momento di stordimento post-traumatico mentre Yoram si risvegliava in un ospedale da campo improvvisato. Era ferito: riportava una grave lesione ad una gamba. Correva il 1948, l’anno in cui si decise di combattere “a tutti i costi” quella guerra, quel sanguinoso conflitto che non convinse mai i tanti giovani che, come Kaniuk, in piena adolescenza, si trovarono a doverla fronteggiare. Una conflitto atroce, che non consentì mai di capire in tempo cosa effettivamente stesse accadendo, quali fossero le motivazioni sottese a quello smisurato spargimento di giovane sangue: perché mai bisognava uccidere e, soprattutto,  in nome di cosa occorreva puntare dritto contro un presunto nemico? Non c’era tempo per capire. Era solo tempo di combattere nel 1948.

È la storia questa dell’allora giovane Yoram Kaniuk, oggi celebre autore della grande opera letteraria “1948”,  libro di straordinario successo internazionale, divenuto ormai un vero e proprio caso letterario.

Sangue, morte, tragici crimini, atrocità di ogni genere talvolta compiute incoscientemente per puro gioco, spesso a causa di quell’irreversibile follia innescata da mesi e mesi di delirio ed esasperazione. Stati d’animo e mentali forse “comprensibili” e forse definibili leciti per i tanti figli della Shoah.

Nel libro, un gioco continuo di alternanza di ricordi vivi e lucidi, ma anche di momenti puramente onirici. Per tutto il testo, l’ammissione continua di un racconto forse vero a tratti: un sincero Yoram Kaniuk non più giovane, nel tentativo di raccontare quella triste storia seppur attraverso verità spezzate e spesso rintracciate in momenti d’immaginazione pura.

È a ottant’anni, infatti, che Yoram Kaniuk decide, dopo qualche tentativo fatto già in anni precedenti, di raccontare tutta l’atrocità di quella guerra combattuta il più delle volte nell’ignoranza dei fatti, affrontata senza i necessari armamenti e che “volle insegnare” a tanti giovani, come l’autore, ad abituarsi troppo in fretta alla crudeltà dell’essere umano. A pensare che uccidere potesse essere normale, che trovarsi accanto a un compagno di guerra decapitato “potesse capitare”, che forse la follia omicida di chi si dichiarava amico, potesse sembrare,  a tratti, anche divertente.

Pagine e pagine di durissima verità in un libro tutto da leggere. Verso dopo verso la reale descrizione dei fatti raccontati così come il nostro li visse: con l’innocenza di un bambino, l’imprudenza di un  giovane uomo, con le paure di un essere umano senza età.

Sangue, distruzione, violenza. Una guerra che lasciò poco dietro di sé. Forse davvero solo il ricordo di quello che rappresentò effettivamente il 1948 per un intero popolo. La storia di un ricordo indelebile che ancora oggi batte nel cuore, ormai ottantenne, di un uomo che non dimenticherà mai quel che furono quegli anni oltre la “mera” nascita dello Stato d’Israele.

Il libro di Yoram Kaniuk, insignito nel 2011 del Sapir Prize for Literature e tradotto da Elena Loewenthal, è distribuito in Italia dalla casa editrice La Giuntina (2012, 180 pp., 15,00€).

Pasqualina Scalea

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