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26 settembre 2012

Il Mundial dimenticato del 1942

Nel 2011 è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia il film “Il Mundial dimenticato” di Filippo Macelloni e Lorenzo Garzella. Il mockumentary, o falso documentario, è tratto da un racconto dello scrittore argentino Osvaldo Soriano, secondo il quale si sarebbero giocati i mondiali di calcio del 1942 in Sud America,  non riconosciuti ufficialmente.

L’evento si svolse in Patagonia, mentre in Europa imperversava la guerra,  organizzato dal conte Vladimir Von Otz, riccone appassionato di calcio. Tutta la vicenda viene portata alla luce tramite un’indagine del giornalista Sergio Levinsky, grazie anche a bobine ritrovate del defunto cineoperatore Gulliermo Sandrini. Film divertente e inusuale.  Controcampus ha incontrato i registi.

Il film parla del fantomatico mondiale che sarebbe stato giocato in Patagonia nel 1942. Cosa c’è di vero?

È una domanda che curiosamente ci viene sempre fatta alla fine del film. Quindi vuol dire l’ambiguità  funziona e piace. Il contesto è vero, sia quello storico che quello del calcio. Rimet (presidente FIFA, ndr) stava disperatamente cercando un posto dove giocare i mondiali in Sud America.  Il contesto dell’Argentina è vero, infatti in quegli anni quel paese aveva molti immigrati, confluiti per la costruzione di un sistema di dighe e della ferrovia.  Un insieme di comunità che pare giocassero anche a calcio. Intorno a questa storia noi abbiamo costruito la nostra storia inventata ma ispirata al racconto di Soriano. Quello che ci piace è lasciare allo spettatore il compito di seguire la storia ma anche di tracciare il confine tra il vero e l’inventato.

Nel vostro film ci sono anche contenuti politici, espressi anche nelle finte interviste ai protagonisti della storia anni dopo l’evento. Una sorta di testimonianze. Sono contenuti concepiti per lasciare un’idea nello spettatore?

Il film parla di sport ma contiene tante cose. Ci sono tanti riferimenti alla storia del cinema, della fotografia, della guerra in quel periodo, e anche della situazione politica. La parte dei tedeschi, di quel tedesco in particolare,  può sembrare superficiale ma in realtà è stata ripresa, quasi parola per parola, da un documentario che abbiamo girato tempo fa, dove in un’intervista a un ex soldato fu detta una frase che ci colpì molto. Ci disse: “ma noi eravamo soldati, mica filosofi”. Quindi meno stereotipata di quello che si pensa. Anche se noi l’abbiamo utilizzato più per gioco che per una  semplicistica denuncia.

Quali sono state le difficoltà di produzione?

Il film ha una storia molto travagliata. Abbiamo letto il racconto nel 2006. Siamo partiti in un viaggio di sopralluoghi, e in sei anni è successo di tutto. Siamo rimasti senza soldi, varie entrate ed uscite di produttori stranieri. Tanti travagli legati anche alla logistica. Ricercare gli attori, i luoghi, girare con una piccola troup. E poi problemi di finanziamenti, come sempre.

Nonostante il film sia girato molto bene ha avuto una bassa distribuzione. Come vi spiegate i problemi legati alla visibilità del prodotto?

Ci sono vari motivi. In realtà il film aveva avuto un colpo di fortuna perché era stato acquistato dalla RAI, messo in palinsesto il 2 giugno alle 22.50 sul primo canale. Ma essendo il film in sala abbiamo dovuto fermare la messa in onda per le solite questione burocratiche tutte italiane. La distribuzione in Italia è difficilissima. Il mockumentary è ancora poco conosciuto in Italia. Ci sono stati addirittura dei festival che ci hanno premiato come miglior documentario pensando che tutta la storia fosse vera…

È anche un problema di pubblico?

Forse è anche un problema di pubblico. Perché non sa esattamente cos’è un mockumentary. Spesso neanche gli addetti ai lavori lo sanno. Altre volte si fanno i ghetti e le differenze, creando delle classi in cui inquadrare un prodotto,  senza parlare di cinema in generale. Il pubblico forse non è pronto.

Come vedete il cinema italiano?

Il film in sala è solo un rituale d’obbligo. Ma ormai il cinema viaggia su altri canali. Il futuro non è la sala.

Quindi bisogna credere nei nuovi media?

Per il nostro film ha funzionato bene Facebook, con la nostra pagina del film. Perché funziona su scambi diretti e mette in comunicazione persone con gli stessi interessi. Ci sono molti altri canali, anche di nicchia, che permettono comunque visibilità.

Prossimi appuntamenti?

Siamo stasera al Kino di Roma. Poi saremo a Napoli per una rassegna. Ci sono varie cose in programma aggiornato sempre sulla pagina Facebook e sul sito del film.

 

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