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15 settembre 2012

La scomparsa di Roberto Roversi

“Quando muore un poeta / il male sorride / felice / di aver perso un avversario”, dice una poesia molto nota di Alda Merini. Questa è stata la mia prima sensazione, anche se tanta liricità, credo, non sarebbe piaciuta a Roberto Roversi che chiamiamo “poeta” solo in mancanza di termini più adeguati a circoscrivere tutto ciò che gli era: intellettuale integrale e integro, uomo d’impegno civile e morale, che a vent’anni rischiava la vita tra i partigiani, a ottanta, a quasi novanta, la donava ai giovani con generosità mai esausta. “Poeta”, dunque, sì, ma di quella poesia che è parola diretta, appello, impegno: il suo richiamo alle responsabilità enormi – responsabilità innanzitutto sociali – dell’”uomo di cultura”, richiamo espresso nel 1959, sulle pagine di “Officina”, non è stato solo, per lui, regola di vita; è anche oggi più che mai, per noi, un monito attualissimo e urgente. E di Roversi si può dire quel che non è sempre facile dire di intellettuali e “uomini di cultura”: che di lui, oltre all’opera, resterà l’esempio, la coerenza: un valore di cui sentiamo troppo spesso la nostalgia. Le “miserie d’Italia” denunciate nella sua ultima raccolta [2011] – lui ne ha contate “trenta”: forse il conto è al ribasso – sono “il male” di cui tutti gli uomini di cultura, sull’esempio di Roversi, sono chiamati a essere avversari. Se ne sta andando una generazione di poeti, di intellettuali, tra loro magari diversi, a volte molto diversi, nati fra il ’20 e il ’30: che sono stati i giganti della nostra poesia contemporanea, e che ancora camminavano tra noi. In nemmeno due anni, Sanguineti, Zanzotto, Pagliarani, Giudici, e tanti altri che hanno fatto la storia della letteratura, che ne hanno ribadito – ognuno a suo modo – l’essenza di critica permamente. Ora ci lascia Roversi, che aggiunge una ferita a Bologna, dopo Dalla, dopo Tassinari.
Si tratta di vedere se noi sappiamo essere all’altezza di questi maestri e modelli, che non ci consegnano solo una testimonianza: ci consegnano un testimonio. Noi dobbiamo crescere, far crescere chi sappia raccoglierlo. A proposito di un poeta e intellettuale che fu suo compagno di strada, Pier Paolo Pasolini, Roversi ha scritto pagine che ci mettono in guardia contro quell’”imbalsamazione” che è la mera celebrazione. Dovremo seguirne il monito: celebrarne l’eredità non per imbalsamarla, ma per “conquistarla”, per metterla a frutto: eredità che è di tutti coloro che intendono servirla e non servirsene.
Roversi ci lascia anche un paradosso su cui meditare: essere politici al massimo grado vivendo nella solitudine e nella discrezione, senza né scendere nell’agone quotidiano né calcare il palcoscenico mediatico.

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