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14 ottobre 2012

Ragazze madri, quando l’università diventa un problema

Si parla spesso di ragazze madri, nei tg, nei salottini pomeridiani, sui giornali: chi sono veramente e quali sono i loro problemi se sono studentesse o lavoratrici?

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Alcuni si riempiono la bocca di belle parole, fanno i materni, i progressisti, altri preferiscono indossare la toga del giudice da bar, puntare il dito e ripetere compiaciuti al mondo il solito: “un po’ te lo potevi aspettare, ciccia”.

Chiacchiere a parte, ci siamo mai chiesti chi sono le ragazze madri e cosa significa, nei fatti, essere una ragazza madre?

Soprattutto, cosa passa nella testa di una giovane mamma quando di mezzo c’è lo studio, quando cioè c’è da decidere che direzione dare alla propria vita e, di conseguenza, a quella della creatura prossima ventura.

Insomma, qual è la vita delle ragazze madri alle prese collo spinoso mondo dell’università italiana?

Ce lo racconta un’amica che quest’esperienza l’ha appena vissuta addosso e che, purtroppo, non per colpa sua, si è dovuta “accontentare” del meno peggio.

Esperienza di ragazze madri: Paola, 26 anni, una triennale in tasca e tante ombre davanti

“Il problema delle ragazze madri dici? Il problema semmai me lo hanno creato gli altri. Ma è ancora presto per le polemiche. Sono Paola, laureata “triennale” in Scienze della Comunicazione e mamma di Antonio.

Avevo 19 anni quando sono rimasta incinta. Il mio ragazzo era entusiasta. Io, invece, ricordo quel periodo come il grande terremoto della mia vita. Dopo il diploma mi ero concessa il cosiddetto anno sabbatico, ma  ero decisissima ad intraprendere l’avventura universitaria. Poi quando ho saputo di aspettare Antonio, mi è caduto il mondo addosso, sono sincera. Era una cosa che non avevo programmato, lo so, sono stata stupida ma mai, neppure per un attimo, ho pensato di rinunciare al mio cucciolo. La mia famiglia ha capito e ne sono stata strafelice.

A quasi 6 mesi ho provato il test di ingresso per Scienze della Comunicazione per La Sapienza, prepararmi non è stato facile ma ce la feci, in più c’era l’incomodo del fuori sede (sono foggiana) e con una gravidanza da portare avanti diventava tutto più difficile.

Avevo messo da parte qualcosa per i primi tempi, la mia famiglia mi ha sostenuto anche stavolta ma non volevo gravare troppo sulle loro spalle, perciò subito dopo la gravidanza mi sono cercata un lavoretto. In realtà ho fatto un po’ di tutto. Dovevo fare i salti mortali per conciliare bambino, studio, marito (lui lavorava nel bar di famiglia a Foggia e non poteva venire a stare con me, il papà era mancato da poco e la mamma da sola non ce l’avrebbe mai fatta).

Certo qualche aiuto da parte dei miei c’è stato. Anche le miei amiche hanno spesso messo mano al portafogli quando ero a secco di pannolini, oltre a tenermi il bambino quando ero fuori per lavoro (volantinaggio soprattutto).

Sono riuscita a laurearmi in 4 anni, ma è stata una fatica immane. Per tutto il tempo che sono stata all’uni, però, ho potuto vedere coi miei occhi che gli aiuti per le ragazze nella mia situazione sono davvero miseri

Solo qualche esonero sulla tassa regionale, più qualche detrazione sulle altre quando mi sono fatta sentire. E sempre senza che nessuno abbia saputo spiegarmi come Cristo comanda quali fossero i criteri adottati. Sarei andata avanti, ma con l’esonero che scade dopo i 5 anni di vita, diventava praticamente impossibile per me continuare arrangiandomi senza togliere tempo al bambino prima e allo studio poi. Quindi ho deciso di fermarmi per ora, e a malincuore.

Una triennale ce l’ho, ma per quello che vale… qualche volta penso che sarebbe stato meglio fare la mamma a tempo pieno e mettere da parte i miei sogni, magari avrei continuato poi. Poi però mi dico, perché non posso avere il diritto di essere mamma e studentessa senza sentirmi discriminata nell’una o nell’altra cosa? È un’idea che proprio non riesco a sopportare.

Per non parlare di certi prof idioti. Non sai quante volte, davanti a qualche occhiaia o a qualche ritardo all’esame mi sono sentita dire che il mio posto era a casa, a cambiare il pannolino. Che “certe cose bisogna mettere in preventivo prima per non pentirsene un giorno”.

Ma io di Antonio non mi sono mai pentita, che si pentissero loro della loro bigotteria. Come dovrebbero pentirsi quelli che fanno regole e regolette e poi se ne fregano dei buoni propositi e delle cose che hanno messo per iscritto. Sicuramente è stata colpa mia questo caos, ma se non puoi contare su nessuno al di fuori della famiglia, diventa tutto in salita, è difficile la vita per le ragazze madri.

Certo le università potrebbero fare di più e di meglio per le ragazze madri. Per ora comunque sono in stand by, non so se ricomincerò a studiare. Sicuramente ora no. Un po’ per quello che ho visto e un po’ perché sto cercando di stabilizzare un po’ la mia situazione familiare. Spero di specializzarmi un giorno, ma forse allora sarà troppo tardi per fare quello che sognavo di fare. La giornalista, come te”.

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