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3 ottobre 2012

Riempite i posti a Medicina! La sentenza del TAR contro l’Unipv

Gli studenti italiani esclusi dai corsi a numero chiuso sono legittimati a prendere i posti riservati agli stranieri se questi non sono totalmente coperti. A stabilirlo è il Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia che ha dato ragione a tre aspiranti studenti in Medicina dopo che hanno presentato ricorso contro l’Università di Pavia.

La vicenda ha inizio lo scorso anno, in occasione del test d’ingresso per accedere a Medicina. L’Università di Pavia ha previsto di ammettere 60 studenti residenti in Italia e 40 residenti  all’estero. Le richieste arrivate dall’estero però erano inferiori ai 40 posti messi a disposizione dall’ateneo.

Immediatamente gli studenti italiani esclusi dal test d’ingresso, hanno pensato che i posti vuoti potessero essere ricoperti da loro. Una conclusione a cui l’ateneo non è arrivato, lasciando la situazione così com’era. A questo punto tre aspiranti matricole hanno pensato di presentare ricorso al TAR che ha dato ragione a loro.

Questa è la motivazione della sentenza: in mancanza di studenti stranieri a cui l’università deve riservare posti per favorire lo scambio interculturale, l’ateneo deve assegnare i posti vuoti agli studenti italiani, in modo da garantire il massimo delle potenzialità formative di cui dispone. Secondo il TAR, ciò non rischia di creare un numero di medici maggiore di quello che effettivamente occorre, perché non è detto che tutti gli studenti arrivino a concludere gli studi o che, una volta laureati, esercitino in Italia.

Già in passato il TAR ha dimostrato di essere dalla parte dello studente. Con la sentenza del 16 novembre 2011, il tribunale lombardo aveva accolto l’istanza presentata da ventuno studenti dell’ateneo pavese e dal Coordinamento per il diritto allo studio, che contestavano l’eccessiva tassazione imposta agli studenti nell’anno accademico 2009/2010.

Il TAR aveva riconosciuto che l’università aveva superato il limite del 20% imposto dall’art. 5 del d.P.R. n. 306 del 1997 secondo cui “la contribuzione studentesca non può eccedere il 20% dell’importo del finanziamento ordinario dello Stato, a valere sul fondo di cui all’art. 5, comma 1, lett. a) e comma 3 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 “. L’Università è stata quindi condannata a risarcire tutti gli studenti iscritti a quell’anno accademico per una cifra pari ad 1. 700. 000 €: una sentenza che ha spinto l’ateneo a fare ricorso.

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