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30 novembre 2012

Confronto all’americana: faccia a faccia Renzi Bersani

Confronto all’americana
Confronto all’americana

Confronto all’americana

Siamo alla vigilia del ballottaggio: ecco il confronto tra Renzi e Bersani.

Tra qualche estremo tentativo di smuovere i numeri (la presunta “mail bombing” causata da Renzi) e accuse di mancato fair play (così l’esposto degli altri candidati del PD per la violazione evidente delle regole del ballottaggio), non ci resta che aspettare o prepararci per andare a votare.

Prima che però queste primarie si concludano, con l’inevitabile vincitore e le altrettanto inevitabili faide interne, ancora a cuor leggero possiamo provare ad analizzare il “faccia a faccia” che ha mercoledì scorso ha visto protagonisti Bersani e Renzi.

Iniziamo con uno sguardo al formato del confronto tra Renzi e Bersani.

Come si era già subodorato nel confronto, senza precedenti, tra i “magnifici 5” su La7 (6,07% di share), mercoledì 28 sera su Rai1 abbiamo avuto la conferma che il confronto “faccia a faccia” piace.

Sarà forse segno di un po’ di stanchezza per i talkshow fatti di risse e domande ad hoc per non mettere in difficoltà gli ospiti?

Sia come sia, uno share del 22,85% (il picco di ascolti si è avuto alle ore 21:25 con 7.645.000 telespettatori) è certamente un ottimo risultato anche per una prima serata su Rai 1.

Confronto all’americana: faccia a faccia Renzi Bersani nel format

Il dubbio che quest’interesse riguardi più la forma che il fondo rimane, non fosse altro che perché le domande spesso hanno mancato d’incisività (erano già tutte concordate e definite?) e come da copione non si è fatto nessun riferimento alla politica estera (e molti pochi anche alla politica industriale). C’è poi da dire che l’impatto reale di simili confronti sugli spettatori è molto più forte in una cultura come quella americana dove il retaggio protestante determina una spietata condanna per la menzogna e, quindi, crea un vincolo inscindibile tra le parole pronunciate e la sorte futura del politico di turno. In Italia, si sa, siamo più inclini alle amnesie e alla filosofia del verba volant

Per tornare al format, però, l’unico elemento veramente stonato del confronto svoltosi mercoledì sera sono stati gli applausi. Un inutile appesantimento del programma che non ha avuto come unico effetto l’ allungarne i tempi e dargli un’aria molto provinciale; senza contare poi come questi siano intervenuti a sottolineare ogni singola battuta, replica o commento, quasi un riflesso condizionato da telequiz, totalmente inutile anche nel darci il polso del gradimento dei due candidati. Un’altra pecca è stata, forse, anche lo scarso spazio dato alle repliche, indiscutibilmente uno dei momenti più rivelatori dei candidati, e questo nonostante la lunghezza del programma (2 ore).

Una scelta televisiva più che vincente che però non ci dice nulla di nuovo sotto il profilo dei contenuti; anzi, al limite ci mette in guardia dal pericolo di una comunicazione mediatica che rischia di fagocitarli. Dando uno sguardo al linguaggio, verbale e non, dei due candidati questo rischio è immediatamente percepibile: non solo esso riflette e rispecchia due distinte generazioni di politici ma dà vita a una forma di comunicazione dove la contrapposizione si gioca, in primis, sulla forma della comunicazione.

Da una parte c’è Bersani, con le sue frasi elaborate, di spessore percettibile, con le sue metafore insistenti ed il tono pacato. Dall’altra Renzi: brillante e sciolto nell’espressione, con tono sicuro e fluido e un’alternanza fascinosa tra giudizi concreti ed elaborazioni ideali. Un linguaggio che in entrambi i casi rispecchia perfettamente quindi l’immagine che della politica si vuole dare, ma che non va molto oltre. Il tentennare poi di Bersani nel messaggio finale, quasi che non si aspettasse la domanda, e il suo tentativo di dare una risposta che non apparisse preparata hanno contrastato pesantemente con la scioltezza felice di Renzi che, invece, ha recitato da attore consumato la lezione imparata a memoria.

Bersani in un abito grigio, tradizionale, un po’ impacciato sia nel guardare l’obiettivo sia nell’assumere una posizione rilassata, sembrava il Nixon del primo storico confronto tv con Kennedy. Renzi è stato invece indubbiamente Kennedy: camicia a maniche arrotolate e cravatta, sempre sorridente, con una gestualità del corpo convincente e qualche battutina ironica rivolta all’avversario (senza però mai affondare il colpo). Un vero mattatore insomma, che conosce i meccanismi della comunicazione e non ha paura di sfruttarli. Bersani, al contrario, è apparso come un politico dell’era pre-televisiva che umanamente e politicamente punta a mostrarsi come pacato e affidabile, nulla di più. In un contesto quale quello televisivo dove l’apparenza vale almeno quanto la sostanza, Renzi funziona di più, non c’è che dire. La pecca è che forse, e ad un occhio più attento, ne esce così un personaggio un po’ costruito, troppo amante dei riflettori e pensato a tavolino ad uso e consumo dello spettatore. Nulla di nuovo per la politica italiana insomma.

Vincitori e vinti a parte, le primarie saranno comunque state una meravigliosa campagna pubblicitaria per il PD, unico protagonista della scena politica di queste settimane (se non fosse per lo spettro di Berlusconi che sempre aleggia e accompagna la sinistra). Al di là del peso che questa campagna mediatica avrà poi nell’influenzare le elezioni del 2013, almeno un elemento positivo per l’Italia esce da questi confronti, e non solo perché è stato un tentativo di ricucire il rapporto tra cittadini e politica: difficile è pensare che si possa tornare a una politica senza “faccia a faccia” (almeno per la premiership), fatta solo di comunicati stampa.

Per chiudere, possiamo riportare l’analisi semantica prodotta dalla piattaforma di Expert System, la società italiana fondata da Stefano Spaggiari diventata leader mondiale in questo tipo di analisi (tanto che nelle scorse elezioni americane è stata utilizzata per mettere a confronto le parole di Obama con quelle di Romney). Si tratta di semplici rilievi apparti sull’ Huffington Post, la cui lettura e significazione meriterebbe una riflessione approfondita sia sul metodo sia sul merito, ma che possono essere comunque un interessante spunto di riflessione con cui recarsi alle urne.

LUNGHEZZA: Bersani ha parlato di meno. Lo si vede in base al peso in kilobites del testo (35 contro i 43 di Renzi) e al numero di parole totali (Bersani 6073, Renzi 7746). Quindi a parità di tempo scandito dalla giornalista, Renzi ha parlato più velocemente.

STRUTTURA DELLE FASE: è abbastanza simile per i 2 candidati, Renzi ha circa 4,4 proposizioni per ogni periodo, Bersani, 4,5 proposizioni per ogni periodo. La costruzione delle frasi, rispetto al precedente confronto tv del 12 novembre con gli altri 3 candidati, è però più articolata per entrambi (la volta scorsa per Bersani erano evidenziate 3,8 proposizioni per ogni periodo, 3,4 per Renzi). Questo vorrebbe dire che hanno provato ad essere meno sintetici, più analitici.

SENTIMENTO: il sentimento, ovvero lo stato d’animo, trasmesso dalle parole pronunciate Renzi e Bersani è neutro per entrambi, cioè c’è un presenza equivalente di termini positivi e negativi. A parità di sentimento neutro, Renzi ha usato però un maggior numero di termini connotati positivamente o negativamente, che indicano un linguaggio più colorito e martellante su alcuni concetti, mentre il messaggio di Bersani appare in un certo senso più posato, meno pittoresco. Renzi pare inoltre ribattere più frequentemente rispetto allo sfidante sugli stessi concetti.

PERSONAGGI: Bersani cita meno personaggi (16 personaggi su 29 citazioni totali) di Renzi (22 su 59 citazioni). Per Renzi primo fra tutti il concorrente Bersani; anche per Bersani lo sfidante, che però viene chiamato in causa meno spesso, seguito da Monti.

AGGETTIVI: Renzi usa lo stesso numero di volte gli aggettivi “nostro” e “mio”, mentre Bersani predilige “mio”. Altri aggettivi pronunciati da Bersani sono: primo, comune, europeo, nazionale, bello, difficile, fiscale, moderato e nuovo. Renzi: grande, vero, europeo, primo, unico, bravo, centrale, serio, bello e capace.

SOSTANTIVI: tra i sostantivi più usati da entrambi spiccano “problema” e “paese”. “Sistema” è tra i più rilevanti usati da Bersani, seguito da “settore” e “politica”, mentre per Renzi risultano più frequenti “sindaco” e “legge”. Renzi richiama spesso i “figli” e i “cittadini”, Bersani la “gente”. Renzi parla di “lavoro”, Bersani di “investimenti” e “solidarietà”.

VERBI: usando molto spesso il verbo “fare” (il secondo dopo l’ausiliare essere) Bersani e Renzi dimostrano entrambi un atteggiamento fattivo e concreto. Il terzo verbo più frequente per entrambi è “dire”, il quarto “avere”. Se quindi sembrano prediligere gli stessi verbi a un primo approccio, le differenze emergono negli altri verbi presenti in lista. Bersani dopo utilizza “stare” e “bisognare”, mentre Renzi “andare” e “credere”. Tra gli altri verbi, “cambiare” e “votare” contraddistinguono in particolare Renzi, “cercare” e “sapere” caratterizzano Bersani.

LOCALITÁ: Europa è citata lo stesso numero di volte da entrambi i candidati, mentre Italia compare molte più volte nel discorso di Renzi (25 citazioni) che in quello di Bersani (9 citazioni). In generale Renzi richiama comunque più località di Bersani.

INDICE DI LEGGIBILITA’: è il valore che si ottiene analizzando tipi di parole, frasi e paragrafi di un testo per determinarne appunto la leggibilità. Stando agli indici di leggibilità, sia Bersani sia Renzi sembrano rivolgersi a un pubblico discretamente scolarizzato (livello di scuola superiore).

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