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15 novembre 2012

I professori parlano delle proteste

Le manifestazioni che ci sono state in tutta Europa il 14 novembre hanno colpito molto l’opinione pubblica, dando un chiaro segnale di quale sia il clima di dissenso verso tutte questi provvedimenti che gli attuali governi europei stanno prendendo. Il governo italiano attraverso la famosa “Austerity” sta minando profondamente le basi dell’istituzione Scuola in tutte le sue forme.

Il 14 novembre sono scesi in piazza gli studenti di qualsiasi età, dalle scuole medie alle università. Il dato che colpisce ancora di più è la presenza, al fianco degli studenti, dei loro professori, anche essi esasperati da questi provvedimenti che stanno rendendo il loro lavoro inaccettabile. La figura dell’insegnante è una costante nella vita di tutti e ci accompagna negli anni della formazione. Quando anche gli stessi insegnanti scendono in piazza a manifestare il loro dissenso e la loro disperazione, allora c’è qualcosa che non va.

 

Dopo aver intervistato due studenti universitari (Anche dopo le manifestazioni parola agli studenti) sulle proteste che ci sono state il 14 Novembre, abbiamo scelto di intervistare anche due persone che si trovano “dall’altra parte della barricata”, due professori, o meglio una professoressa e un preside.

Barbara è un’insegnante di origini pugliesi che lavora in una scuola media della periferia di Bologna come maestra di Italiano; Luciano è il preside dell’unica scuola elementare e media di un piccolo paesino in provincia di Avellino (Bagnoli Irpino), prima di diventare il preside della scuola, Luciano è stato per molto tempo uno dei suoi insegnanti.

Avete partecipato oggi allo sciopero e/o ad una delle manifestazioni che ci sono state nel vostro territorio?

Luciano: I docenti della mia scuola non hanno scioperato. Questo, credo, per due motivi: il primo è che la proposta di aumentare il numero delle ore di servizio dei docenti è ormai stata accantonata.

Il secondo è che scioperare, in questo momento di crisi, è un lusso che non tutti si possono permettere: la trattenuta sullo stipendio per una giornata di sciopero mette in crisi famiglie che già fanno fatica ad arrivare a fine mese, con uno stipendio ormai fermo da anni.

 

Gli insegnanti nel corso di vari governi sono stati descritti come degli scansafatiche che non hanno voglia di lavorare e che portano a casa lo stipendio senza guadagnarselo. Tra i vari provvedimenti in discussione c’è anche quello che prevede l’aumento del numero di ore lavorative settimanali per gli insegnati, cosa che a sentire i vari politici non è così impegnativa come richiesta. Cosa ne pensa di un aumento delle ore lavorative settimanali?

Luciano: Gli insegnanti italiani lavorano un numero di ore che è in linea con la media europea, pur guadagnando molto, ma molto meno dei loro colleghi tedeschi o inglesi.

Ma, a mio avviso, il problema non è solo dovuto al fatto che si chieda ai docenti di lavorare di più, in condizioni spesso proibitive (anche più di trenta alunni per classe), quanto ad un semplice calcolo: questo aumento dell’orario comporterebbe una diminuzione di più di ventimila posti per i precari della scuola, e questo è francamente inaccettabile, in un periodo in cui il vero problema dell’Europa è la mancanza di lavoro, la disoccupazione, con la conseguente frenata dei consumi.

Barbara: L’aumento delle ore settimanali è un’assurdità. Nessuno lavora solo per le 24 o 18 ore previste! Questo perché un insegnante quando torna a casa legge, studia, si auto-aggiorna; prepara i percorsi didattici e di approfondimento adeguati alle classi nelle quali insegna.Corregge i compiti e non fa test a crocette, “a risposta chiusa”, per i quali la correzione richiederebbe meno tempo e fatica, perché con quei test i ragazzi imparerebbero poco e la stessa valutazione non sarebbe adeguata. Avete idea di quanto tempo ci voglia?

Inoltre, sapete cosa significa insegnare, cioè svolgere attività didattica per lo più frontale o lezione guidata? Nulla è più faticoso che guidare un gruppo di alunni sulla strada della conoscenza, del sapere.

Il provvedimento sull’aumento delle ore, se riproposto, avrà forti incidenze negative sulla didattica e sull’apprendimento e sbarrerà la strada dell’insegnamento per circa 30.000 precari inseriti nelle graduatorie, oltre a rendere inutile lo svolgimento del Concorso a cattedre appena indetto dal MIUR.

I provvedimenti anti-crisi, come hanno cambiato la sua realtà, sia per quello che riguarda l’istruzione sia per quello che riguarda la vita quotidiana.

Luciano: La piccola Scuola che io dirigo, in conseguenza dei vari provvedimenti anti-crisi, ha perso almeno un trenta per cento del personale. Addirittura in Segreteria abbiamo un solo assistente amministrativo e un Segretario a mezzo servizio, per cui capita che a volte non ci sia neanche chi risponde al telefono.

Sono state scelte abbastanza scellerate, probabilmente fatte da chi in una scuola pubblica non c’era mai entrato.

Io stesso ho avuto assegnata d’ufficio, e a parità di stipendio, una reggenza in un’altra scuola, situata a 130 Km di distanza dalla prima e, per raggiungere quella sede, impiego più di due ore.

Non credo che la Scuola pubblica italiana possa reggere ancora per molto in questa situazione.

Barbara: C’è nella mia scuola una grave preoccupazione e un profondo dissenso nei confronti delle scelte politiche del ministro Profumo e più in generale del Governo, fortemente punitive verso la scuola pubblica in quanto caratterizzate da continui tagli di risorse e personale, nonché da una continua svalutazione della professionalità dei docenti e della libertà d’insegnamento. Tutto ciò influisce sulla preparazione dei nostri alunni e sul lavoro che facciamo quotidianamente. La nostra scuola già oggi non è in grado di rispondere ai reali bisogni educativi dei nostri alunni e di fornire l’adeguata formazione e istruzione a cui tutti avrebbero diritto, e le riforme che si susseguono peggiorano inesorabilmente lo stato in cui la scuola versa.

Siamo tutti assolutamente contrari al DDL 953 (ex Aprea), il progetto di riforma degli organi collegiali che restringe gli spazi di democrazia, aprendo la strada all’autonomia statutaria di ogni singola scuola, con la conseguente messa in discussione del sistema nazionale pubblico dell’istruzione e la pericolosa accelerazione sul ruolo dei soggetti privati, che avranno la possibilità di entrare a far parte degli organi collegiali e in ragione del loro finanziamento esterno influenzare pesantemente il Piano dell’Offerta Formativa.

Ti sei accorto di un cambiamento improvviso e radicale o è stato un cambiamento un po’ più lento e graduale?

Luciano: Le scelte di governo che hanno messo in ginocchio il mondo della Scuola sono state fatte a partire dal 2008 e prevedevano progressive riduzioni di stanziamenti e di personale, producendo effetti negli anni seguenti.

Infine sono arrivati i provvedimenti sulla cosiddetta “spending review”, che hanno dato il colpo di grazia soprattutto alle scuole con meno alunni, quelle che in piccoli Comuni sono spesso l’unico avamposto dello Stato.

Barbara: Considerato che ai recenti provvedimenti si sommano purtroppo i danni procurati alla Scuola Pubblica anche dai governi precedenti, il cambiamento in negativo ormai è in atto da molto tempo.

Crede che questa manifestazione, che è solo l’ultima di tante altre che l’hanno preceduta, possa realmente essere utile al cambiamento, o è solo l’ennesimo buco nell’acqua?

Luciano: Io non credo che le manifestazioni dei giorni scorsi possano davvero cambiare la situazione.

Esse, però, sono il segnale di un malessere profondo, che attraversa il mondo della scuola pubblica in tutte le sue componenti e che il mondo politico dovrebbe tenere in seria considerazione.

E’ necessario anzitutto isolare i violenti; ma per ridare alla Scuola e alla Università nuova linfa vitale è assolutamente indispensabile che lo Stato riconosca loro la centralità che meritano.

In Francia, ad esempio, per il 2013 è stata approvata una manovra finanziaria di 37 miliardi di euro, ma la Scuola e la Ricerca non sono state toccate e, addirittura, gli stanziamenti per questi settori cruciali della vita di una nazione sono stati aumentati.

Quello di cui c’è bisogno, cioè, è a mio avviso una presa di coscienza della politica sulla importanza della Scuola e della Ricerca che non tutti sembrano avere.

Barbara: Le manifestazioni servono a far sentire il proprio dissenso e ad informare anche la gente spesso non sa delle scelte che i governi fanno sulla loro pelle. Tali iniziative sono utili a sensibilizzare i genitori sull’importanza della difesa della Scuola Pubblica come bene di tutti. Peccato che oggi nelle altre città molte manifestazioni sono finite in guerriglia.

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