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15 novembre 2012

Io e te. L’intimo universo di Bertolucci

Io e te. Non è una storia d’amore, come Lui e Lei o peggio come Ioetetremetrisoprailcielo. Per fortuna. È un binomio che si ramifica ambiguamente tra il tutto e il niente. Apre spiragli, ma poi non ha il coraggio di immergersi fino al collo.

Descrive traiettorie di sguardi profondi che svaniscono in dialoghi acerbi. Lorenzo e Olivia si scrutano con un’intensità lirica straordinaria, che muore nell’istante in cui cercano di dare una fisionomia alle loro emozioni contrastanti. Sono burattini incespicanti alla ricerca dei fili che guidano le loro vite, desiderosi di una maggiore consapevolezza.Si muovono goffamente tra le mura di una cantina, rinchiusi per paura di vivere l’uno e per paura di morire l’altra.

Un connubio male assortito, due mondi troppo lontani, due stereotipi a confronto. La tossica che se ne infischia delle regole, arrabbiata con un padre poco presente che l’ha abbandonata e d’un tratto decisa a guarire per amore. E poi il ragazzo solitario che non vuole avere amici, che vive nel suo intimo universo, incompreso da tutti. E infine l’incontro, l’apertura verso l’altro sintetizzata da un abbraccio, la riscoperta di un rapporto fraterno. Maschile e femminile, introversione ed estroversione, purezza e perversione, dentro e fuori, interno ed esterno, sopra e sotto, pericolo e rifugio e tutti i binomi antitetici che uno vuol vederci. Ci sono o se non ci sono si possono immaginare. In un contenitore aperto che parla di tutto e del contrario di tutto. Forse perché Bertolucci mostra senza dire, senza spiegare. Come i ripetuti primi piani di Jacopo Olmo Antinori, un Ninetto Davoli che ha perso la sua sacra innocenza a favore di un’ingenuità post-moderna. Di cosa parlano quegli occhi? Cosa c’è dietro? Rimangono una suggestione a cui ognuno può dare un nome. Tra uno sguardo e l’altro c’è anche lo spazio per qualche accenno di psicoanalisi, messo lì quasi per caso, bisbigliato, astratto come il discorso stesso dalle inclinazioni incestuose di Lorenzo alla madre.

Io e te è un’epifania di gesti. Un erlebnis dal forte impatto visivo. Il corpo di Olivia che trema, gli occhi di Lorenzo che scrutano i dettagli dietro una lente di ingrandimento, i fili di luce che trafiggono l’oscurità della cantina. La cantina, il grande ventre materno che accoglie due vittime dilaniate dalla paura, dalla solitudine. Perché tanto dolore? chiede il testo della canzone rivisitata da Mogol.

E allora si scende giù per cercare una risposta, in fondo, nello scantinato che diventa un utero dove trovare e lenire la ferita atavica, tra vecchi scatoloni, metafora della memoria e del passato con cui bisogna fare i conti. Lo sguardo di Bertolucci, dopo dieci anni di inattività, è tutto intimistico, individuale lontano dalle evocazioni politiche e storiche che caratterizzano certi suoi film.

Une tranche de vie sfuggente, dominata dai particolari danzanti su numerose melodie. Io e te, forse perché nessuno si salva da solo.

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