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16 dicembre 2012

Da Pinelli a Pasolini: vecchi e nuovi bavagli nostrani

Da Pinelli a Pasolini
Da Pinelli a Pasolini

Da Pinelli a Pasolini

C’è un filo sottilissimo da Pinelli a Pasolini. È un filo che gronda sangue, bugie, delitti di stato.

Un filo che decapita la verità, come una ghigliottina sulla testa degli italiani.

Un filo che traccia quella storia di carte nascoste, pugni che azzittiscono ed ematomi che assicurano il silenzio, giustizia smezzata e libertà d’informazione svenduta come una vecchia donnaccia avvizzita di cui a nessuno importa. Un filo, per intenderci, che passa per le violenze del G8 di Genova del 2001 e arriva fino alla morte “per malnutrizione” di Stefano Cucchi. Ovvero fino alla morte di un’obiettività storica a favore di una verità ufficiale, preconfezionata, che non può far male a nessuno.

Ieri, 15 dicembre, è stato l’anniversario della morte di Giuseppe Pinelli, anarchico e ferroviere milanese, precipitato in circostanze misteriose dal quarto piano della Questura di Milano, durante un interrogatorio per accertamenti in seguito alla Strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. È una storia da dimenticare, è una storia da non raccontare, è una storia un po’ complicata, è una storia sbagliata cantava De Andrè. Difficile assemblare i pezzi, ricucire gli squarci e le ferite di quegli anni che Margaret Von Trotta definì “di piombo” in un suo celebre film. Complicato soprattutto se quelle vicende non devono essere raccontate nella loro versione integrale.

Non è questo il luogo adatto per una ricostruzione storiografica, ma per una riflessione su come sia necessario interpretare i fatti alla luce di più verità, ognuna con la sua percentuale di autenticità. Ci hanno abituato così, perché quando si avverte la puzza di marcio delle menzogne inculcate dall’ideologia dominante, allora si cambia direzione, si cerca altrove e si scoprono strade inedite che raccontano un’altra storia. Il rischio è l’assuefazione alla puzza di marcio, ovvero la morte della libertà e della democrazia verso cui siamo diretti.

Pasolini è proprio uno dei primi ad aver avvertito l’odore ripugnante di un’informazione repressiva e autoritaria, che insabbia la verità. Fu egli stesso vittima di quel potere forte contro cui si scagliava e continuò ad esserlo anche post mortem. Se Pasolini è morto perché sapeva, allora tutti noi oggi dovremmo morire. “Io so. […] Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969” scrisse in un articolo del 14 novembre 1974, pubblicato sul Corriere della Sera col titolo Che cos’è questo Golpe? e ripubblicato poi nella raccolta Scritti Corsari col titolo Il romanzo delle stragi. È qui si chiude il cerchio da cui eravamo partiti, quel filo che passa su bocche imbavagliate.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

Parole profetiche di una lucidità disarmante. Sono passati più di trent’anni eppure la verità non è ancora pane per il popolo. Ci sono nuovi Pinelli, stragi moderne che si consumano quando accendiamo la televisione, quando siamo privati di quelle voci critiche, echi pasoliniani, che ci aiutano a ricomporre i pezzi (o meglio a ritrovarli) di quel particolare mosaico all’italiana.

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