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6 dicembre 2012

Pippo Mezzapesa racconta la sua Puglia. Il paese delle spose infelici.

Più di un anno fa, l’11 novembre, in tutte le sale d’Italia, spenta la luce, la prima scena di un film mostrava sullo sfondo quei fumi colpevoli di omicidio, oggi riportati su tutti i giornali. Il cielo grigio e velenoso, lontano.

In primo piano il verde dei campi, la vita che non si arrende. È Taranto, sono gli stabilimenti dell’Ilva, scenografia tetra della storia raccontata ne Il paese delle spose infelici, l’ultimo lavoro di Pippo Mezzapesa, un regista ancorato alla sua terra, che di abbandonare la Puglia non ne vuol sapere, diventando così il portatore di una testimonianza tangibile, che trascende la verosomiglianza del racconto.

Testimoniare è sempre un atto di costruzione dell’identità individuale e collettiva. E in questo processo di trasmissione di significanti e significati e di edificazione di una coscienza di sé, un legame viscerale tra l’enunciatore e l’enunciato, ossia quell’intima appartenenza del regista a forme e contenuti che decide di mettere in scena, permette al film, in quanto opera d’arte, di elevarsi ad autocoscienza, strumento attraverso cui conquistare o ritrovare le proprie radici e dimensioni storiche.

Lo schermo del cinema diventa così non solo lo specchio del suo tempo, ma anche una sorta di specchio lacaniano. Il lavoro di Mezzapesa, a partire dai primi cortometraggi, si inserisce in questo tentativo di restituire un pezzo di Puglia, un pezzo di infanzia, anche quella in cui il vento soffia forte portandosi via i sogni su scie di diossina.

Un anno fa L’Ilva restava sullo sfondo. Quella scena, oggi, ha un altro sapore, un amaro in bocca che è difficile da mandare via. Solo pochi minuti, il cielo tetro. Forse ancora non era tempo di parlarne. In primo piano, infatti, un’altra storia, più intima, collocata in quel contesto.

Una testa capovolta, un corpo appeso ad una corda. Questo è l’inizio de Il paese delle spose infelici, la dichiarazione di un nuovo modo di guardare, di oltrepassare le barriere della solitudine di un’età appesa ad un filo molto fragile, ad altezze vertiginose, in bilico tra la voglia di volare e diventare adulti e la paura di morire.

Pippo Mezzapesa si sofferma con estrema delicatezza su quel microcosmo fatto di giochi d’infanzia, ginocchia sbucciate, fango, distese di cielo e leggerezza ridente. È un ricordo che non sfuma, però, in idilli evanescenti, ma si nutre della concretezza di corpi che cambiano, di sangue, di pugni e coltelli che feriscono, di mani che toccano e sfiorano per scoprire l’amore.

Sulle strade non asfaltate di Martina Franca, tra le pozzanghere di fango, in quei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi, il piccolo Francesco, detto Veleno (Nicolas Orzella), scopre che alcuni incontri possono cambiare la vita. Lui, che viene da una famiglia agiata e ha le “ginocchia delle femmine”, grazie all’amicizia di Zazà (Luca Schipani) e dei ragazzi della Cosmica Football Club, compie un percorso di iniziazione, scendendo nei mercati popolari, faccia a faccia con una miseria che non si priva della sua nobiltà. È qui che scopre l’amicizia, la solidarietà e anche l’amore, nelle forme morbide, nelle labbra sinuose dell’infelice Annalisa (Aylin Prandi), una madonna con la bestia nel cuore.       

Nei rapporti tra i personaggi aleggia sempre un’atmosfera di sacro e profano insieme. Come se dalla terra rossa e arida una voragine oscura fosse sempre pronta ad aprirsi e a risucchiare linfe vitali per ricambiarle con un po’ di marcio, come quella violenza che per Zazà diventa un atto d’amore o come l’ambiguo triangolo tra Veleno, Annalisa e Zazà, fatto di venerazione e gelosia, di sogni e di desolazione.

Tratto dal romanzo di Mario Desiati, Il paese delle spose infeliciè la celebrazione dei luoghi natii, quelli in cui si cammina a piedi nudi, si ride ingenuamente, ci si tuffa e si vola per non morire. Quei luoghi in cui un gesto o uno sguardo si tatuano sulle pareti dell’anima e si portano dentro per tutta la vita.

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