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8 dicembre 2012

Memorie e Testimonianze di Cesare Pitto, dal Sogno di Beniamino

Cesare Pitto
Cesare Pitto

Cesare Pitto

Unical – Dipartimento di Lingue e Scienze dell’Educazione: Lectio inaugurale dei corsi di laurea in Scienze dell’Educazione e Media Education con Cesare Pitto.

Dal Sogno di Beniamino, memorie e testimonianze, di Cesare Pitto.

Citando Sandro Mezzadra, che a sua volta menziona Lord Curzon, se «l’integrità dei confini è la condizione di esistenza dello Stato», in che modo il loro deterioramento scioglie i nodi che separano la cultura popolare da quella urbana e quest’ultima da quella accademica?

È ancora ipotizzabile un’ulteriore stratificazione, che rappresenti la loro crasi e la cui gestione sia operata sulla base del buonsenso? In che modo si è agito negli ultimi quarant’anni a favore della “provincia meridionale” – in questo caso quella calabrese nella sua integralità culturale – nella riconfigurazione e ridistribuzione del sapere?

Beniamino Andreatta, uomo del settentrione italiano – e personaggio chiave della politica italiana a cavallo tra le due Repubbliche – ha colto il senso più profondo delle problematiche connesse ai rapporti fra centro e periferia nei giorni della fondazione dell’Università degli Studi della Calabria – istituita nel 1972 insieme a Giorgio Gagliani e Paolo Sylos Labini.

In quell’anno la Regione Calabria era già in possesso di un suo primo ateneo: quello reggino, fondato nel 1968 come Libero Istituto Universitario di Architettura. Tuttavia, oltre al fatto di consistere, inizialmente, in un’unica facoltà – quella di Architettura –, da un punto di vista geopolitico, l’università di Reggio Calabria si confrontava maggiormente con l’ateneo messinese – basti considerare che in quegli anni la maggior parte dei giovani universitari originari del reggino e del catanzarese, erano iscritti all’ateneo di Messina, mentre gli studenti della provincia di Cosenza e dei comuni di Vibo Valentia e Crotone erano spesso costretti a spostarsi a Napoli o a Bari.

Cesare Pitto (Professore Ordinario di Antropologia Culturale, Università della Calabria) ha voluto ripercorrere le tappe antecedenti e immediatamente successive alla creazione dell’ateneo cosentino, attraverso un’acuta retrospettiva sull’amico e mentore Beniamino Andreatta.

Prof. Cesare Pitto (ph. Nanni Spina)

Le immagini video, susseguitesi nel corso della lezione inaugurale del nuovo anno accademico di Scienze dell’Educazione, svoltasi ieri, presso l’aula magna “Andreatta”, hanno creato un emozionante contrappunto con la sintesi dei lavori di ricerca svolti dall’antropologo nel corso della sua lunga carriera.

Francesco Altimari (Professore Ordinario di Lingua e Letteratura Albanese, Università della Calabria), ha introdotto l’incontro: «con l’avvio del nuovo anno accademico di Scienze dell’Educazione, è interesse della comunità scientifica e culturale, di cui fa ancora parte Cesare Pitto, elogiare pubblicamente il profondo valore del suo lavoro quarantennale presso questo ateneo. Il suo percorso accademico è stato e continua ad essere un lungo viaggio verso le comunità più particolari. Ci siamo incrociati spesso in questa traiettoria, quando gli antropologi, che negli anni Settanta hanno cominciato a interessarsi alle piccole comunità, hanno riscoperto identità scarsamente valorizzate – nel caso di Cesare “fra le tante Calabrie e le tante Americhe”.»

«Sappiamo che [il termine] primitivo designa un vasto insieme di popolazioni rimaste ignoranti della scrittura e sottratte, di conseguenza, ai metodi d’indagine del puro storico; raggiunte, solo di recente, dall’espansione della civiltà meccanica; e quindi estranee, per struttura sociale e per concezione del mondo, a concetti che l’economia e la filosofia politiche considerano fondamentali quando si tratta della nostra società. Ma dove passa la linea di divisione?» – questo, nel 1958, l’interrogativo di Claude Lévi-Strauss, che in un capitolo dell’Antropologia Strutturale compie una critica delle discipline antropologica, del folklore ed etnologica in relazione al nuovo orientamento di queste verso l’osservazione e la documentazione della civiltà occidentale contemporanea, ovvero quella sviluppatasi «all’interno dell’area della civiltà meccanica».

Questo interesse, già estesosi enormemente e in modo capillare in tutti gli Stati Uniti – sin dagli anni del New Deal – trova una più forte motivazione di essere oggetto di riforma, per ciò che riguarda i metodi d’indagine, e di approfondimento di un nuovo materiale disciplinare, subito dopo il secondo conflitto mondiale quando l’Europa, con il decadimento dei regimi nazi-fascisti, lascia scoperchiate, all’attenzione del mondo, intere aree di provincia e periferie – zone non più occultate dal fitto pergolato iconografico delle dittature.

Nell’Italia degli anni Cinquanta si riapre la Questione Meridionale, lasciata in sospeso durante la guerra, che riattiva un processo di intervento da parte di tutte le forze intellettuali del Paese: letterati, filosofi, sociologi, economisti e con loro studiosi e ricercatori delle nuove discipline etno-antropologiche  ridefiniscono il loro oggetto d’interesse, soprattutto nel contrasto con gli obiettivi della neonata Repubblica Democratica che, antiteticamente, tentava di ricomporre lo Stato Italiano col “patrocinio” del Patto Atlantico.

Se il ventennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale ha rappresentato la rinascita e lo sviluppo di metodologie di ricerca, in seno all’antropologia culturale, e un interessamento disciplinare verso quelle aree marginali che costituivano il Mezzogiorno, quelli successivi delle proteste studentesche e delle lotte operaie, del ventennio 1960-80, hanno sollevato una nuova problematica, vincolata alla contrapposizione fra centro e periferia e strettamente connessa all’indagine tra i modelli sociali e simbolici, differenti da regione a regione, se non da comune a comune, che sorgono da questa stessa contrapposizione.

L’Università della Calabria conserva ancora nei suoi intenti quello spirito indagatore volto alla risoluzione dei conflitti sociali tra centro e periferie? «Individuando nell’università l’uscita dalla marginalità» – come attesta Cesare Pitto, i riformatori come Andreatta hanno saldato il mondo accademico alla protesta giovanile; l’episodio calabrese in particolar modo –  in una prospettiva storica più ampia che collega la fondazione dell’ateneo cosentino al trascorso di Andreatta nella regione Trentino – è frutto di un precedente impegno del riformatore nella riconfigurazione delle prospettive sociologiche, nell’Università di Trento, in un momento in cui tale disciplina subiva un isolamento, sul piano culturale.

Cesare Pitto riconferma, quindi, quell’idea secondo cui la sociologia è concepibile come pratica di rielaborazione dell’intera formazione universitaria e come sistema per uscire dall’anonimato provinciale. 

In che senso l’Università della Calabria è rientrata e rientrerebbe in questo ampio progetto di uscita dalla condizione di provincialità?

C. P. «Se volessimo restare nell’ambito della rappresentazione simbolica, potremmo ricordare che, vent’anni dopo il Sessantotto, era rimasto un “sogno del meraviglioso”: la riappropriazione dell’Università come luogo della rinascita delle culture e dei saperi. Di fatto la lunga battaglia per la “sprovincializzazione” dell’intero Paese si è proposta con la programmazione di un progetto di riequilibrio della capacità di crescita delle varie regioni attraverso una prospettiva europea. Si predispose, così, il “Progetto Ottanta”: la rielaborazione di un modello europeo universitario con l’obiettivo generale di promuovere e coordinare l’utilizzazione di incubatori per la ricerca scientifica, costituire laboratori congiunti tra l’università e gli enti esterni.

 Con il rilancio della prospettiva di una dinamica di sviluppo attraverso un piano globale, e forte dell’esperienza di Trento, Andreatta dà inizio a un’altra avventura con la fondazione dell’Università della Calabria: un ateneo nella regione più povera d’Italia, costretta in un’arretratezza determinata dal sottosviluppo economico e sociale, dove non era mai stata programmata, nel tempo, un’istituzione universitaria, e in cui l’emigrazione stava già spopolando i capoluoghi e i centri minori. Questa esperienza, che è certamente la più significativa dell’Andreatta riformatore, ha avuto il merito – con le sue particolarità strutturali – di innescare un processo di crescita scientifico culturale dell’intera società calabresema anche quello di far uscire la regione dalla marginalità, con il superamento delle incomprensioni e delle contrapposizioni fra nord e sud. Questo argomento, tra le altre cose, è stato di recente portato all’attenzione dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione dell’apertura dell’anno accademico 2008/2009 della nostra università. Come dichiarerà lo stesso Andreatta, allora Rettore dell’Università della Calabria, l’esperienza trentina gli ha evitato errori nella gestione di quella calabrese – ad oggi primo e unico ateneo italiano ad aver rappresentato un fattore di crescita per un’intera regione. Iniziò così una stagione che solo oggi, con una lunga politica di consumi, ha eliminato un tale progetto, strangolando così la comunità scientifica. Tra gli elementi del vecchio statuto universitario, non possiamo dimenticare il numero programmato che ha agevolato l’80% dei residenti e dei figli degli emigranti; una riserva di posti agli studenti provenienti dall’estero, nonché l’accesso soggetto al merito e al reddito, oggi modificato con i test d’ingresso, a discapito dei meno abbienti. L’ateneo è dotato di centro residenziale, che con il vecchio statuto era provvisto di una forte autonomia amministrativa. Lo statuto prevedeva anche la strutturazione in quartieri, ma il fattore di autonomia più interessante era il Comitato di Coordinamento e di Programmazione, che doveva avere la funzione di programmare le attività scientifiche e garantire l’elaborazione progettuale delle attività operative (art. 4,  ex Statuto).»

Cosa significava un Comitato di Coordinamento e di Programmazione?

C. P. «Significava avere un organo che non deliberava niente: proponeva. Questa struttura oggi non è più prevista.  La legge attuale n°240 del 2010, di fatti, non la ripropone, anche se non la vieta. Questa struttura, voluta anche da Andreatta, fa riferimento alla possibilità di programmare attività e progetti in percorsi di ricerca non episodici e testimonia il lungo e fruttuoso itinerario di ricerca sulle diversità e le peculiarità, compiute dalla cattedra di Antropologia Culturale del dipartimento di Scienze dell’Educazione, in quasi quarant’anni di didattica, ricerca e progettazione. La Facoltà di Lettere e Filosofia di allora ottenne un finanziamento dalla fondazione Ca.Ri.Cal. per la cattedra di Gualtiero Harrison, sul tema delle minoranze etnico-linguistiche arbëreshë, individuata come priorità da Beniamino Andreatta. Questa prospettiva è tuttora viva nel dipartimento.»

L’idea di margine può quindi convertirsi essa stessa nell’idea di centro. Ovvero ciò che è ancora marginale può ancora costituire un campo d’analisi in cui non è il margine stesso a dipendere dal centro, ma al contrario è un punto di partenza da cui far dipendere un centro, nel caso specifico del capoluogo cosentino.

«Il nostro è un itinerario, un “via vai” che ha reso centrale la città universitaria in quanto “città del mondo”. Erano novità e innovazioni che provenivano da uno studio un po’ diverso. Oggi l’università è diventata uno strumento per l’emigrazione perché non c’è stata una risposta da parte del territorio stesso nell’accettare questa responsabilità. Ma c’è ancora tempo, possiamo ricominciare, attraverso la struttura dei dipartimenti intesi come vera e propria struttura di didattica e di ricerca. Al legislatore è sfuggita la funzione della didattica, della ricerca e della valutazione che è propria dei dipartimenti, e persino la funzione di conflitto inteso come potere negativo degli organi – uno di questi era lo stesso Comitato di Coordinamento e di Programmazione – con l’obiettivo di contrapporsi al potere governativo positivo, attraverso le proposte – ribadisce – poiché se non ci sono la programmazione e la consultazione e se esiste soltanto la governance intesa come verticalizzazione, non si va da nessuna parte

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