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18 gennaio 2013

Diventare Regista – Esperienza del giovane filmaker Francesco Luperto

Premio giovani registi

Ad un certo punto nella vita decidi di voler diventare regista: ecco come nel racconto del giovane flimaker Francesco Luperto.

Diventare Regista

Diventare Regista

Lo sai, perché la notte ti addormenti pensando a Federico Fellini o Sergio Leone, o al contrario non dormi immaginando le scene del tuo prossimo cortometraggio. Lo sai, quando cammini per la strada e ogni movimento, ogni sfumatura di luce, ogni inclinazione di voce pensi possa essere perfetta per il tuo nuovo lavoro e diventare regista. Lo sai, perché hai sempre qualcosa da raccontare, un’esigenza che come una voragine parte dalla bocca dello stomaco e ha bisogno di essere riempita. Lo sai e basta. Senti che non ci sono altre strade possibili. E senti, quando vai al cinema e avverti quell’intima empatia con il regista, quando scrivi una sceneggiatura, quando per ore e ore pensi a come risolvere l’angolazione di un’inquadratura, allora lo senti quel sentimento che pervade ogni fibra del corpo, come una voce che domina e non puoi far altro che ascoltarla. E allora capisci che quello è il tuo progetto di vita, diventare regista. Vuoi fare cinema.

Devi essere un po’ folle per voler diventare regista oggi, in Italia. Se vuoi diventare medico ti iscrivi alla facoltà di Medicina, se vuoi diventare avvocato a Giurisprudenza, se vuoi diventare professoressa a Lettere  e così via. Ma se vuoi diventare regista e fare un film da dove bisogna partire? Francesco Luperto, giovane filmaker di Collepasso (Lecce), 24 anni, ha cercato di fare chiarezza sulla questione.

Francesco, dopo la maturità classica, si è laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’università La Sapienza di Roma, dopodiché ha seguito un master in filmmaking presso la New York Film Academy a Los Angeles.

Diventare Regista per il filmaker Francesco Luperto: consigli ed esperienza

Partiamo dalle origini sul come diventare regista oggi. Qual è quel filo sottile, quella linea di confine che separa una semplice passione da un modo di vivere? Cioè quando hai capito che non ti bastava più essere uno spettatore o un cinefilo accanito come tanti, ma desideravi vivere il cinema come esperienza totalizzante, desideravi diventare regista, fino a quel passo che ti ha spinto dietro la macchina da presa?

Non credo che nella mia vita ci sia stato un vero e proprio “attimo” in cui ho capito che questa era la strada che avrei voluto intraprendere, piuttosto ho sempre pensato che seguire le proprie passioni è qualcosa per cui vale davvero la pena vivere.

Credo che sia necessario un forte coraggio per intraprendere questa strada. Bisogna non accontentarsi. Tenere presente sempre la meta e il proprio sogno. E rialzarsi quando si sbatte con la testa e il cuore contro la realtà. In questo tuo inizio quanto è stato faticoso fare i conti con le “difficoltà del mestiere”? Ti è mai venuta la tentazione di abbandonare tutto e cambiare strada?

E’ indubbio che questo settore, oltretutto in un periodo particolare come questo che stiamo vivendo, offra pochi spiragli e le delusioni non mancano, ma tutto ciò non può e non deve scoraggiare. Fino a questo momento non ho mai pensato di cambiare strada, tuttavia credo sia molto saggio tenere sempre in considerazione qualcosa di parallelo che un giorno si possa rivelare utile.

Spesso capita  di doversi difendere dagli sguardi di superiorità e dai giudizi negativi di chi pensa che “uno che vuole fare film” è un fannullone, un perditempo. Tu cosa risponderesti a questa gente? Cos’è per te il cinema?

Fare cinema, filmmaking o videomaking è un lavoro come tanti altri, spesso mi sono trovato in situazioni in cui ciò non era tanto ovvio, ma scoraggiarsi per questo a cosa dovrebbe servire? Non è assolutamente gratificante non veder riconosciuto il proprio impegno, ma sono convinto che se si lavora bene, se si hanno ottime idee e si costruiscono prodotti interessanti, concezioni di questo tipo possono esser facilmente confutate.

Hai avuto la fortuna di incontrate persone pronte a incoraggiarti? Ad esempio gli amici, la tua famiglia

Nelle mie scelte ho fortunatamente sempre avuto il sostegno della mia famiglia in primo luogo, che mi ha sempre supportato e mai precluso una mia scelta, per non parlare dei miei amici, sempre pronti non solo ad assistere alle proiezioni dei miei lavori, ma qualche volta anche a parteciparvi.

Lo scorso anno hai seguito un corso di alta formazione a Los Angeles

Ho fatto un filmmaking workshop della durata di 8 settimane presso la New York Film Academy di Los Angeles.  E’ stata un’ottima esperienza che mi ha notevolmente formato, innanzitutto ho apprezzato molto l’approccio totalmente pratico, senza libri, senza lezioni alla lavagna o discorsi interminabili. Tutte le lezioni erano incentrate sull’attività pratica, dalla fotografia alla sceneggiatura, dalla regia alla postproduzione. Durante i primi giorni sono stati creati dei gruppi di lavoro e ogni fine settimana tutti i componenti del gruppo dovevano scrivere, dirigere e montare un cortometraggio, ruotando nelle categorie di assistente alla camera, direttore della fotografia e gaffer. Finita la post produzione, vi era un giorno dedicato allo screening dei lavori di tutti i gruppi, con discussioni e scambio di opinioni.

È stata utile quest’esperienza? Qual è uno degli episodi più emozionanti che hai vissuto?

Di episodi emozionanti ne ho vissuti non pochi, ho avuto la possibilità di girare un corto negli studios sul set dal nome “New York”, o di lavorare ai progetti di miei colleghi sui set dove furono girati Frankenstein Junior e Ritorno al Futuro.  E’ stato molto divertente visitare la “Prop Room”, un enorme edificio all’interno degli studios dove su più piani ci sono corridoi pieni di oggetti di ogni tipo, per la costruzione degli interni e non solo. E’ possibile trovare qualsiasi cosa, da armi a strumenti musicali, dai costumi di soldati romani a tute da astronauta, qualsiasi cosa immaginabile. Oltre a vivere la realtà di Los Angeles, passare attraverso set che si allestivano quotidianamente e assistere a tante premiere, ho avuto modo di conoscere il produttore Avi Lerner e il regista Rob Reiner, oltre ad aver avuto come docente il direttore della fotografia David Wexler.

Ritorneresti in America?

Ritornerei in America ma non so se ci vivrei per tutta la vita. Nel mondo del cinema in America si fa spettacolo, in Europa e in Italia si fa arte. Negli ultimi anni qui in Italia abbiamo avuto qualche difficoltà a far esplodere tutte le possibilità di cui disponiamo, ma film come Gomorra o Il Divo sono la prova che gli artisti italiani non hanno nulla da invidiare al mondo intero.

Il tuo primo lavoro?

Quella che considero la mia opera prima, è il documentario “Pietro Refolo, il volto della democrazia”. Narra la storia del Basso Salento dagli ultimi anni del XIX secolo, fino alla metà del ‘900, analizzando quelle che erano le condizioni di vita dell’epoca, di totale disagio economico e sociale in cui versava l’intera popolazione della provincia di Lecce e gli spontanei dissensi che nacquero nei confronti di una classe padronale troppo austera e distante dalla vita pubblica. Da qui la nascita di quelle che saranno poi definite prime forme autonome di associazioni sindacali, guidate da Pietro Refolo, tipografo magliese, costretto per anni all’esilio e ritenuto fautore dell’emancipazione sociale salentina. Un ruolo importante per la realizzazione del documentario, è stato svolto da Salvatore Coppola, storico e biografo di Pietro Refolo.

Qualche consiglio per chi vuole intraprendere questa strada e diventare regista. I fratelli Taviani in un’intervista a Fabrizio Tassi (per Micromega) dissero: “Se quel giovane vuole fare cinema deve copiare, copiare, copiare. La nostra esperienza è questa. Deve prendere i 6 o 7 film che ama di più e continuare a guardarli. Coi dvd è facile. Può riguardare i film tutte le volte che vuole e poi magari provare a riscriverli, come facemmo noi con Ladri di biciclette, cercando di capire quali sono i movimenti di macchina, quando viene usata la macchina fissa, i rapporti tra macchina fissa e carrelli…

Per intraprendere questa strada e diventare regista occorre fare, scrivere, girare. Guardare film non è l’unico modo per imparare. E’ necessario prendere la camera, scrivere due battute e assoldare quattro amici. Si impara tanto già da questo.

Avendo citato i Fratelli Taviani, parliamo un po’ del “cinema sognato”. Qual è uno dei primi film a cui ti sei appassionato da piccolo?

Da piccolo vedevo qualsiasi cosa e non avevo un genere prediletto.

L’ultimo film visto al cinema?

L’ultimo film che ho visto al cinema è L’amore è imperfetto di Francesca Muci, salentina anche lei! Mi è piaciuto molto poiché è un film coraggioso, affronta una tematica importante quale l’eros  e che, nelle scene erotiche, non cade nel volgare. Ho apprezzato soprattutto il taglio internazionale che il film ha, non è assolutamente un film “provinciale” ma che esalta la Puglia e la città di Bari.

Uno dei film più belli degli ultimi dieci anni?

Inception di Christopher Nolan.

Il regista che maggiormente ti ha influenzato nel tuo modo di lavorare e concepire il cinema?

Come diventare regista

Come diventare regista

Kubrick è stato il mio primo “mito” cinematografico, in seguito ho apprezzato notevolmente Monicelli e adesso seguo molto SorrentinoFrancesco ci lascia tra i ricordi di Monicelli e Kubrik e l’avanzare di Sorrentino, a metà strada tra gli esempi che insegnano e nuovi orizzonti che vengono esplorati. Nel regno della possibilità, dove basta crederci, dove basta avere coraggio, passione e buone idee. Credere di poterci riuscire e diventare regista.

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