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11 gennaio 2013

Fabrizio de Andrè. Omaggio a un grande poeta

Fabrizio de Andrè

Stamattina mi sono svegliata ripensando all’11 gennaio di 14 anni fa. Allora conoscevo poco Fabrizio de Andrè, talvolta ne sentivo parlare dai miei genitori. Un grande cantautore, un poeta, un maestro, dicevano.

Fabrizio de Andrè

Fabrizio de Andrè

L’amore è nato qualche anno più tardi, dopo la sua morte.

È stata una scoperta sorprendente. È stato come trovare un forziere pieno d’oro. Era lì, a disposizione di tutti, infinito, eterno, profondo. Una gioia sempre pronta a rinnovarsi. Ogni canzone una fonte dai cui sgorga sempre una linfa nuova, sempre diversa, sempre più viva. Dopo tanti anni, quelle note destano la stessa meraviglia di un incontro che ogni volta ripete la sua prima volta.

Stamattina ho tirato fuori il primo cd della raccolta In direzione Ostinata e Contraria. Ho aperto tutte le finestre e ho lasciato che la musica invadesse ogni molecola di aria. Un nuovo incontro. Con la sua voce malinconica e anarchica, con quei personaggi felliniani del suo intimo universo, con le ballate, le preghiere, i valzer. Con lui, la sua chitarra. Con lui, uomo, padre, amico.

Lo ascolto pensando di ricambiare il favore, per dirgli grazie.

La musica ha un suo linguaggio e non si accorda bene con la descrizione delle parole. Cos’è Fabrizio de Andrè? Non lo so, perché va ascoltato. Sarebbe come descrivere a voce una tela di Picasso, niente a che fare con l’opera in sé.

Solo poche suggestioni allora, qualche pennellata, alcune sfumature per ricomporre la figura di un grande maestro.

Dentro le righe del pentagramma, lì la sua dimora. Sempre fuori dalle righe imposte dalla società. Un poeta maledetto senza allori, senza retoriche, senza compromessi. Solo, con le sue note e i ricordi delle letture di Prevert, di Villon. Con l’alcool e la timidezza, con la disillusione e la nostalgia. Una vita rocambolesca, alla Big Fish: il sequestro, i sospetti dei servizi segreti. E ancora le polemiche e le grandi amicizie, come Paolo Villaggio e Nicola Piovani.

E per una vita che se ne va, altre cento che restano. Bocca di Rosa e l’amore profano, il Bombarolo, la puttana di Via del Campo, Piero e una guerra ingiusta e assurda, Cristo e il suo volto umano, Dolcenera. E ancora gli amori sfioriti e cinici, l’ipocrisia borghese, la tenerezza di due amanti, il dolore dell’abbandono.

Stamattina mi sono svegliata e ascoltando Fabrizio de Andrè ho pensato che forse la musica è più forte della morte.

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