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7 gennaio 2013

Stanley Kubrick oltre lo specchio: conscio e inconscio nei capolavori di un maestro della cinematografia

Se la realtà del cinema è illusione, è evidente che tale illusione è pure la sua realtà.”(Edgar Morin)

Kubrick

Kubrick

Un film non racconta semplicemente una storia. Aldilà della vicenda narrata, s’intrecciano fili invisibili che svelano ossessioni, paure, desideri, pulsioni e sogni del regista. Una pellicola può nascondere, dietro l’illusione di realtà, piccole verità che disegnano sentieri, a volte bui, a volte pericolanti, che conducono dritto in antri sperduti, intimi, perversi o innocenti. Oltre le immagini. Oltre le parole. Oltre quello specchio di realtà, anche lo spettatore sarà costretto a fare i conti con i suoi lati oscuri.

Così registi come Fellini, Bergman, Rossellini o Hitchcock realizzarono trame dalla tessitura onirica che, in maniera esplicita o implicita, richiamavano le dottrine freudiane e disegnavano universi latenti colmi di retroscena ora consci, ora inconsci.

Uno dei più grandi cineasti del XX secolo, Stanley Kubrick, nel corso della sua carriera, da Lolita a Shining fino ad Eyes Wide Shut mette in luce il lato oscuro dell’uomo, indaga la sua parte irrazionale con un costante ed esplicito riferimento a Carl Gustav Jung, allievo di Freud, psichiatra e psicoanalista svizzero. In Full Metal Jacket, addirittura, il protagonista Joker spiega che la dualità fa parte della natura umana e che “questa è una teoria di Jung” (“a jungian thing”). Lo stesso Stanley Kubrick esplicita il suo riferimento in alcune interviste, come quella ai Cahiers du Cinema, in cui cita gli studi di Freud sul “perturbante”.

E se già in Lolita, film molto discusso e poco apprezzato del 1962, un amore e una passione sfociano in una danza quasi violentemente incestuosa, con i grandi capolavori degli anni ‘70 l’indiscusso cineasta dimostra che il confine tra realtà e sogno a volte è molto labile, che l’uomo non è solo convenzione e moralità, ma anche istinto e irrazionalità, che spesso la follia si muove tacita come ombra della normalità.

Consideriamo due film, partendo dal 1971. Stanley Kubrick sconvolge il pubblico delle sale cinematografiche americane con un’ondata di violenza inaudita, firmando Arancia Meccanica, film tratto dal romanzo di Antony BurgessA clock work orange”. Stupri, rapine, atrocità seguono il ritmo del puro divertimento. Per Alex immaginare esplosioni, test atomici, eruzioni vulcaniche è un godimento intenso che sfocia anche nel piacere sessuale. Eros e tananthos danzano insieme sulle note di un’ ultraviolenza incontrollata e irrazionale, che fa regredire il protagonista ad una dimensione infantile (sottolineata dall’uso del protagonista di bere il latte, nonostante sia mescolato a droghe) dove tutto gli è permesso, dove le spinte dionisiache cercano di abbattere convenzioni, schemi e freni morali messi in atto dalla società. Non a caso, spesso, ci si è soffermati sul valore simbolico del nome del protagonista: “Alex” è composto dalla vocale a, erede dell’alfa privativa greca e “lex”, che in latino corrisponde a legge. Alex è così assenza di legge, o meglio di regole precostituite, di schemi mentali morali che possano frenare quell’istinto alla violenza, che secondo Freud è insito nella natura dell’uomo. Stanley Kubrick ricostruisce così la sua visione del mondo, dove sotto la superficie del reale, dietro le maschere dell’ipocrita benevolenza e dei buoni sentimenti, serpeggia un universo oscuro e crudele, dilaniato dall’eterna lotta tra forza e debolezza.

Quasi dieci anni più tardi il regista approda al genere horror. Dal 1980 il ghigno malefico di Jack Nicholson sarà destinato a rimanere nella storia del cinema mondiale, grazie a Shining, film tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Ancora una volta Stanley Kubrick, nel corso della lavorazione del film, chiarisce la sua fonte d’ispirazione: la teoria junghiana sull’archetipo dell’Ombra e lo studio sul perturbante di Freud.

Come in Arancia Meccanica, il cineasta ritorna sul concetto chiave della malvagità come difetto connaturato della personalità umana. Questo lato malvagio è, secondo Jung, l’Ombra, che costituisce la componente psicologica animalesca dell’inconscio collettivo, solitamente rimossa nell’inconscio personale, manifestandosi così solo in modo indiretto in azioni violente e crudeli. Partendo da questi presupposti, non è difficile analizzare Shining in chiave junghiana.

Jack, Wendy e il piccolo Danny: una famiglia apparentemente normale, ma che in isolamento nell’Overlook Hotel viene sconvolta dall’esplosione di contrasti laceranti.

Jack è un padre e marito nevrotico, predestinato a “quella mostruosità come ombra della normalità“(così lo descrive lo stesso Kubrick). Quella di Jack non è pazzia, ma piuttosto paura e insieme rifiuto del suo subcosciente che si manifesta sottoforma di figure spettrali che popolano l’Overlook Hotel.

Wendy si dimostra materna nei confronti del figlio, ma succube di Jack.

Danny è solitario e poco loquace, ma in possesso del dono della luccicanza, che gli permette, al contrario del padre, di diventare un artista in grado di dialogare con il suo inconscio, proiettato esternamente nella figura immaginaria di Tony, raggiungendo così un equilibrio tra le sue parti consapevoli e inconsapevoli.

Lo stesso Hotel può essere considerato uno dei protagonisti della storia: luogo tetro, seppur intensamente illuminato, domina dall’alto il destino dei protagonisti (non a caso il suo nome è composto da “over” e “look”, ossia guardare dall’alto). Così le mura come semplici architetture si annullano, le porte e le finestre diventano spiragli verso un mondo oscuro e sconosciuto: l’inconscio collettivo.

L’obiettivo di Stanley Kubrick in Shining è di smuovere e toccare il lato oscuro del pubblico, fino a poterci dialogare. Per fare questo punta sulle sue paure recondite e ancestrali, su ribaltamenti della visione del reale in immagini inquietanti, o meglio perturbanti.

Oltre lo specchio. Oltre un film. Bisogna guardare sempre oltre per apprezzare a pieno la bellezza, la perfezione, la profondità di un arte generata dal genio umano. Un po’ oltre, per ritrovare anche se stessi.

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