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21 gennaio 2013

The Master: trailer e trama

Si accendono le luci in sala dopo due ore e venti di film, mentre i titoli di coda di The Master procedono inesorabili a siglare l’epilogo di una serata andata male.

E quindi?”, se lo saranno chiesto tutti, alla fine dell’ultimo lavoro di Paul Thomas Anderson. Ci dovrà essere una spiegazione da qualche parte, la risoluzione di un enigma generato da quell’abisso di cui parlava Godard, un abisso “che separa la mia certezza soggettiva dalla verità oggettiva degli altri”.  Perché se dopo aver visto un film già pluripremiato e accolto come un capolavoro alla 69ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (dove il regista è stato premiato con il Leone d’Argento), l’unica riflessione che si riesce ad elaborare rimane “E quindi?”, i casi sono due: o non si è afferrato bene il senso del film, o il film è stato sopravvalutato dalla critica.

Passano i minuti e più ci s’impelaga in riflessioni ardite, con la buona volontà di sbrogliare la matassa e trovare la giusta chiave interpretativa che possa finalmente aprire i cancelli a un sincero apprezzamento, più si fortifica la propria certezza soggettiva. Certezza che elegge la domanda “E quindi?” a estrema sintesi valutativa di quei lunghi, incomprensibili, 137 minuti.

Ecco la trama del film the master:

Di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, dopo aver assistito a tanti orrori, Lancaster Dodd, un intellettuale carismatico, crea un’organizzazione basata sulla fede, nel tentativo di dare un senso alla sua vita. Egli diventa perciò noto come “The Master”. Il suo braccio destro, Freddie, un ex vagabondo solitario, prima s’innamora di Mary Sue, la figlia di Lancaster, ed in seguito comincia a mettere in discussione sia il sistema di credenze sia il Maestro stesso, mentre l’organizzazione continua a crescere e a guadagnare un seguito sempre più numeroso di devoti fedeli. (cit. fonte)

Un vero peccato che la magistrale interpretazione di attori straordinari come Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman e Amy Adams (non a caso tutti e tre hanno ricevuto la nomination agli Oscar 2013) non sia supportata da un’adeguata struttura narrativa atta a valorizzare la fisionomia dei personaggi. Lancaster, Freddie e Mary Sue sembrano provenire da un’altra storia, incappati in The Master per puro caso. Rimangono per tutto il tempo semplici profil à la silhouette, mentre ostentano uno spessore psicologico giocato tutto sul versante dialogico. Le loro parole man mano diventano alienanti e acuiscono un senso di estraneità che impedisce allo spettatore di stabilire qualsiasi rapporto empatico con i protagonisti della storia, qualsiasi processo di identificazione. Corrono tutti sulla linea retta dell’elettrocardiogramma che scandisce il ritmo del film, una monotonia di discorsi che sbarra la strada a qualsiasi emozione.

I protagonisti si fermano sullo schermo senza oltrepassarlo, rimangono intrappolati nei loro sottili giochi, a volte onirici e surreali,

nelle loro logiche difficili da penetrare. Si muovono come se avessero un obiettivo che rimane ignoto allo spettatore. Non per assecondare quelle teorie narratologiche che esigono dal film solo una buona storia con un inizio e una fine, ma qui il racconto fa acqua da tutte le parti. Alcuni elementi diegetici vengono inseriti e poi quasi dimenticati, lasciati orfani di uno sviluppo che possa farli diventare fattori, se non decisivi, almeno integrati in modo coerente e coeso con il resto della storia. Emblematico è il comportamento dei fratelli Dodd . Val, dopo la scena in cui dichiara a Freddie il suo antagonismo nei confronti del padre e della setta, sparisce per un po’ di tempo dalla narrazione per poi ricomparire in seguito come se nulla fosse successo. Lo stesso per l’atteggiamento ambiguo di Elisabeth, le cui avance nei confronti di Freddie, accennate in pochi secondi, si dileguano nel nulla. Di conflitti, neanche l’ombra. Per non parlare poi della figura della moglie, Mary Sue, estraniante e poco chiara, dominata da una forza che deriva dalla totale sottomissione intellettuale al marito.

E quindi? E quindi, alla fine, non si sa bene di cosa tratti il film. Di una setta pseudo freudiana, ispirata a Scientology, nata nell’America degli anni ’50, integralista come una religione, in cui lo stesso Master non è a conoscenza dei principi che la regolano. O di un uomo alcolizzato e solo, dominato da impulsi aggressivi, che cerca la redenzione, con alle spalle il dolore della guerra e di un amore perduto, non si bene per quale motivo.

E quindi è un capolavoro mancato, mutilato di conflitti taciuti che prima o poi sarebbero dovuti esplodere, come quello tra i due personaggi maschili. Vi è un’umanità che si manifesta solo come perversione, ora sessuale, ora religiosa e che si sarebbe dovuta incarnare in altre forme.

Senza peccare di ubris, questa volta la certezza soggettiva rimane fedele a se stessa, al suo giudizio, tralasciando la verità oggettiva della critica cinematografica che si è tanto entusiasmata per The Master. Chissà cosa ci avrà visto di tanto interessante.

Guarda il Trailer del film the master

 

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