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1 ottobre 2014

Aumento Tasse Università 2014-2015: Codacons, Rienzi su aumento tasse

Spese universitarie

Ritorna l’aumento tasse universitarie. Dagli atenei nuovo giro di vite sui redditi. Rette choc, ma meno servizi e a prezzi carissimi. Studenti e famiglie chiedono tregua sull’aumento tasse universitarie

Aumento Tasse Universitarie

Aumento Tasse Universitarie

Già pecora nera europea quanto a capacità di sfornare laureati, l’università italiana porta a casa un altro inglorioso primato: quello della contribuzione universitaria, aumento tasse, quelle universitarie in Italia sono le più “salata” del continente.

Le ultime rilevazioni comunitarie confermano: le rette “tricolori” corrono pericolosamente sopra la media Ue: oltre mille euro per studente.

Peggio di noi solo Inghilterra ed Olanda (dati Ocse), che erogano tuttavia più borse per il diritto allo studio (contro il 20%  complessivo degli atenei nostrani), mentre Francia, Spagna, Belgio ed Austria si fanno preferire per una tassazione mediamente più mite.

Aumento tasse universitarie ed Austerity: UE: sistema allo sfascio

Studenti italiani i più tartassati d’Europa? Sembrerebbe di sì: dal 2009 al 2014 l’aumento tasse universitarie ha toccato la spoglia del 75%. Un sistema al collasso quindi, come avverte uno studio UE dello scorso Giugno, nelle cui conclusioni si invita il governo italiano ad un maggiore sostegno agli studenti per bilanciare e correggere gli effetti distorsivi del caro tasse universitarie (primo fra tutti la galoppante emorragia delle iscrizioni).

Aumento Tasse universitarie Anno accademico 2014-2014

Caro tasse universitarie monstre quello registrato nel decennio 2003-2013, chiuso con un rotondo +70% (dati Miur).

Aumento Tasse e Costi Universitari

Aumento Tasse e Costi Universitari

I costi della vita “universitaria” – conferma l’Ocse – “mangiano” in media un terzo delle spese totali della vita di uno studente. A cominciare dalla spesa necessaria per sostenere gli immancabili test di ammissione: da 20 fino a 100 euro, non rimborsabili a nessun titolo. Un tesoretto che, solo nell’ultimo decennio, ha garantito alle università un gettito del +274%. Ma la vera pietra dello scandalo rimane quella rappresentata dall’aumento tasse di immatricolazione: dalla tassa regionale per il diritto allo studio passando per le due rate della tassa di iscrizione. Investimento, quest’anno, che ha abbondantemente superato il tetto dei 1.200 euro ad iscritto contro i 700 euro a studente di dieci anni fa. Questo senza disturbare altre, faticosissime voci di spesa con gli affitti über alles, seguiti a ruota da libri, tasse per dottorati, master, corsi di specializzazione e perfezionamento, Tfa.

Bastano pochi numeri a fotografare la sofferenza finanziaria dei nostri atenei. Ad oggi l finanziamento pubblico ammonta a 6 miliardi di euro l’anno, per una media di 100 euro per abitante: uno dei contributi più bassi d’Europa. Un terzo di quanto erogato da Francia e Germania. Dal 2009, fa sapere la CRUI, l’università nonostante il forte aumento delle tasse universitarie ha perso ogni anno 1 miliardo di euro per un calo complessivo del 20%.

Tutti ricordiamo il 2012, l’anno horribilis della contribuzione universitaria, quando la mannaia della spending review montiana snellì il FFO di ben 300 mln, imponendo alla contribuzione universitaria il famoso tetto del 20% (percentuale massima esigibile dagli atenei). Tetto poco “sensibile” alle malconce finanze degli atenei nostrani. Con quella legge, infatti, 45 università su 63 sarebbero state costrette a restituire la parte eccedente delle tasse universitarie impropriamente incassate dribblando il tetto. Il governo Monti corre allora ai ripari. Modifica la legge e salva le università “fuorilegge”,  allentando la cinghia sui tetti e autorizzando nuovi e più dolorosi rincari per un complessivo di 47 milioni di euro.

Aumento Tasse Università ed Evasione

Aumento Tasse Università

Aumento Tasse Università

Croce sulla politica quindi, ma non solo. Alla base del caro tasse universitarie, infatti, unitamente alla latitanza del finanziamento pubblico, va menzionata la grave incidenza dell’evasione fiscale.

È dato in evidente espansione, infatti, il numero degli studenti che, pur provenendo da famiglie abbienti, soprattutto monoreddito di lavoratori autonomi, galleggiano inspiegabilmente tra le fasce più basse, pagando contributi spesso ridicoli.

Una condotta divenuta sempre più endemica, che ha determinato nel tempo una contrazione drammatica delle risorse economiche della nostra università, insieme ad una distribuzione più iniqua di borse, agevolazioni ecc portando de facto alla penalizzazione di tanti che meriterebbero, invece, di godere dell’istruzione pubblica senza dilapidare patrimoni.

Per loro, invece, solo la beffa atroce di dover pagare rette superiori a quelle richieste al figlio dell’orafo o del pellicciaio. Nella statistica europea l’Italia, infatti, risulta carente non solo per quantità e tenore delle tasse universitarie, ma anche e soprattutto per quelle contraddizioni sistemiche che puntualmente erodono il welfare dello studente, quello sbandieratissimo «diritto allo studio» che dovrebbe rappresentare il faro di ogni intervento diretto al benessere del comparto istruzione (che gli esborsi sanguinosi di cui sopra dovrebbero foraggiare) e che, invece, la realtà ci restituisce ogni giorno sempre più depresso e scarico.

A fare la cartella clinica alla nostra università è ancora una volta l’Ocse per la quale la nostra Università “vanta” la percentuale più bassa di studenti con borse di studio (il 20%) unitamente alla percentuale più bassa (a pari merito con la Spagna) di residenze universitarie (il 2% sul totale degli studenti).

Gli atenei più salati. Nord batte Sud, al Centro le rette più morbide

Le Università del Nord si confermano le più salate. Rispetto alla media nazionale studiare al nord costa l’8,22% in più se si tiene conto della prima fascia, il 15,54% per la terza fascia e del 23,23% se si considera il massimo importo dovuto. Emerge, tuttavia, un trend inedito rispetto agli anni scorsi: questa volta sarebbero gli Atenei del Centro Italia, e non quelli del Sud, a risultare più economici con risparmi medi del 30% e addirittura del 42% per la prima fascia. Università più cara il Politecnico di Milano: per frequentarla gli studenti devono versare 748,50 euro circa. Battuta l’Università di Parma, primatista uscente. Segue Padova, con 722 euro annui.

Rette d’oro anche alla Statale, stabile coi suoi 1.470 euro l’anno e l’Università di Modena e Reggio Emilia, con quasi 1.400 euro annui di tasse universitarie. Completano la graduatoria la Ca’ Foscari di Venezia, l’Università di Pavia, quella di Brescia e quelle di Torino, Como, Genova e Ferrara. Conferme, invece, dagli atenei del Sud, che assicurano tasse universitarie assolutamente contenute (in media del 28,3%).

Boom Aumento tasse Universitarie, Renzi rilancia il prestito d’onore

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Intanto Renzi promette di riportare al centro dell’agenda la necessità di calmierare l’aumento tasse universitarie attraverso borse, agevolazioni e, soprattutto, prestiti d’onore, considerati il pezzo forte del programma di rilancio del comparto istruzione. L’idea nella sostanza è: consentire alle università, in funzione di progetti di eccellenza didattica, di aumentare le tasse universitarie, a patto di trovare al tempo stesso compensazioni (i prestiti d’onore) per le famiglie con redditi medi o bassi, consentendo agli studenti di finanziarsi gli studi. Agli studenti dovranno essere offerti prestiti per coprire integralmente i costi, prevedendo che la restituzione rateizzata – parziale o integrale – inizi solo quando essi avranno raggiunto un determinato livello di reddito.

Nel frattempo le università dovranno stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale) per i finanziamenti agli studi universitari, garantiti da un fondo pubblico di garanzia.

Sarà vera gloria? Vedremo. A frenare gli entusiasmi, intanto, ci pensano gli esperti. Si prosegue sulla strada della liberalizzazione delle tasse universitarie, sostengono gli economisti, per giunta liberata da ogni freno residuo. Non certo la soluzione più gradita a studenti e famiglie insomma.

Per restituire allora ai diretti interessati una fotografia del caro tasse universitarie un po’ meno statistica (e statica), che fosse, cioè, più a “misura di contribuente”, ci siamo avvalsi del parere chiarificatore di Carlo Rienzi, Presidente Nazionale Codacons.   

Rienzi

Rienzi

Presidente Rienzi, parafrasando il titolo di una celeberrima canzone di Celentano, “la situazione dell’università italiana non è buona”.

I costi della vita “universitaria” – secondo l’Ocse – “mangerebbero” in media un terzo delle spese totali della vita di uno studente. Soprattutto alla voce tasse universitarie e specie in vista dell’aumento tasse.

Peggio di noi solo l’Inghilterra (che eroga comunque più borse di noi). Ancora una maglia nera per lo Stivale insomma. Come commenta questi dati?

“Non sono certo una novità: paghiamo (come famiglie e come contribuenti) rette d’oro a fronte, però, di un’offerta accademica non all’altezza. Mi riferisco non tanto alle cattedre quanto alle strutture, all’organizzazione amministrativa e alla gestione delle segreterie. Questo impietoso rapporto costo-offerta spingerà sempre di più, chi non se lo può permettere, a rinunciare a laurearsi (quando non addirittura ad iscriversi ad un qualunque corso di laurea) e, chi può, a iscriversi alle università private.”

Parliamo del fenomeno aumento tasse e delle “rette d’oro”. Le rette come sa, corrono ampiamente sopra i 1000 € a studente. I rettori puntano il dito contro sforbiciate ed amnesie del sistema politico. Dal 2009 l’università perderebbe ogni anno 1 miliardo di euro, obbligando de facto gli atenei a calcare la mano sulle tassazioni. Il Governo, accusano, si trincera sotto la gonnella della crisi economica. Quali e quante colpe ritiene sia possibile addebitare alla politica e quali/quante agli atenei?

“Sicuramente la politica nazionale ha le sue responsabilità e, al contempo, non ci si poteva davvero augurare che le fondazioni universitarie sarebbero state la soluzione. Ma andiamo per ordine: l’amministrazione centrale anziché preoccuparsi di “inventare” e “cancellare” facoltà, specializzazioni e/o indirizzi intercorsuali – seguendo chissà quale logica – potrebbe esercitare, almeno, un controllo sulle strutture, una volta monitorato accuratamente quanto viene versato annualmente dalle famiglie italiane. Quanto agli atenei, purtroppo, troppo spesso la costituzione di fondazioni è diventata il presupposto per prevedere e pianificare attività diverse, altre rispetto a quella principale. E questo non sarebbe dovuto accadere.”

A “succhiare” risorse preziose non sono però solo amnesie e sconsideratezze politiche. Alla base del fenomeno aumento tasse, unitamente alle sofferenze del finanziamento pubblico, va menzionata la grave incidenza dell’evasione fiscale. Il riferimento è a quegli studenti che pur provenendo da famiglie abbienti (soprattutto monoreddito di lavoratori autonomi)  giocano a fare i poveri, pagando contributi sensibilmente più miti rispetto a quelli dovuti. Senza contare l’esercito di furbetti da pollaio che ogni anno rifila alle università piramidi di Isee taroccate con grave pregiudizio/penalizzazione per tutti i meritevoli che avrebbero il diritto di usufruire di una tassazione agevolata senza dilapidare patrimoni. Per loro, invece, la beffa atroce di versare tasse universitarie superiori a quelle normalmente richieste al figlio dell’orafo o del pellicciaio. Come si affronta questa palese discriminazione sociale? Quali misure, ritiene, vadano adottate contro simili distorsioni?

“Vede, le “distorsioni” cui fa riferimento sono strutturali nel nostro sistema contributivo e fiscale. La corretta dichiarazione ISEE volta all’inquadramento dello scaglione reddituale per le tasse universitarie altro non è che un’appendice di quanto ogni anno molti italiani fanno al momento della dichiarazione dei redditi. È un problema virale e culturale. Ma la P.A è causa ed effetto di questa situazione: una tassazione così ingombrante non può che spingere, chi ne ha la possibilità, ad aggiustare i conti. Così facendo però è lo Stato stesso che riceve meno introiti dai cittadini e, per rimediare, alza in primis le tasse scolastiche e le rette universitarie. Bisognerebbe intervenire contemporaneamente sulla qualità dei servizi offerti, riducendo gli sprechi (e adottando criteri di efficienza opportuni, da fondazione appunto), e sui controlli per smascherare i “furbetti”.”

Il diritto allo studio in Italia, confermano gli studi comunitari, è in grave pericolo: abbiamo le tasse universitarie più care, ma uno dei welfare studenteschi tra i più zoppicanti d’Europa. Renzi ha promesso ossigeno a borse di studio e prestiti agevolati per gli studenti quali strumenti indispensabili a controbilanciare gli effetti negativi del caro tasse universitarie e “ripopolare” gli atenei. Riuscirà il Premier ad abbattere i costi dell’istruzione e restituire ai contribuenti una tassazione più giusta ?

“Forse saremo in controtendenza ma non siamo convinti, come Associazione, che i costi dell’istruzione vadano necessariamente tagliati, bensì meglio organizzati. La P.A potrebbe (e dovrebbe!) alleggerire in diversi modi il carico fiscale dei cittadini, se lo facesse – riducendo spese del tutto superflue – allora, siamo certi, gli italiani pagherebbero (quasi) volentieri anche questi costi per mandare i figli all’università Però, in atenei efficienti, organizzati e non “spreconi”!”


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