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8 settembre 2005

Il castello errante di Howl

Si appresta a ricevere il Leone d’oro alla carriera Hayao Miyazaki e riporta al festival di Venezia (vi era stato in concorso lo scorso anno) la sua uSi appresta a ricevere il Leone d’oro alla carriera Hayao Miyazaki e riporta al festival di Venezia (vi era stato in concorso lo scorso anno) la sua ultima creazione fantastica. Il maestro giapponese dopo il successo internazionale con tanto di Oscar e Orso d’Oro a Berlino de La città incantata, non sembra intenzionato a porre un limite alla sua fantasia visionaria e, riadattando un romanzo di Diana Wynne Jones, disegna il mondo incredibile del mago Howl, stregone in bilico tra il bene e il male che vive in un castello in perenne movimento. Incrocia la sua strada e si innamora del mago, Sophie, una ragazza tramutata in vecchia da un maleficio della Strega delle Lande. La giovane dopo il sortilegio fugge dalla sua città e trova riparo proprio nella dimora errante di Howl dove vive con lui un susseguirsi di avventure eccezionali.
Dimenticate le animazioni in 3D super moderne de Alla ricerca di Nemo o le citazioni cinefile di Shrek o Shark Tale. Il mondo di Howl è un luogo senza tempo e senza spazio, dove una porta può condurre in una città brulicante di vita o in un borgo antico e misterioso, in un prato idilliaco o in un conflitto tremendo fra fortezze volanti, che tanto ricordano Zeppelin nazisti. In contrasto con queste macchine da guerra, simbolo di un progresso tecnico votato alla distruzione, c’è il Castello di Howl (ed anche qui dimenticate Re Artù e simili): si tratta infatti di uno stupendo “ammasso di ferraglia”, nella migliore accezione si possa dare a questo termine! Scalcinato e traballante, sbilenco ed affascinante. Il castello è il simbolo di come la tecnologia possa essere magia: scale semisospese giganti zampe di gallina che lo trasportano ovunque ed un demone di fuoco che vive nel camino e che permette alla costruzione di muoversi in paesaggi di ogni specie.
Ritornando alla semplicità delle favole, con tanto di morale finale sull’amicizia e sull’amore, Miyazaki dà origine ad un complesso insieme di simboli e significati che fanno riflettere, ma che restano un po’ in secondo piano quasi a non voler offuscare la bellezza visiva del racconto ed è forse questo l’unico limite.

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