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29 ottobre 2005

Lavori in corso di comunicazione

A tredici anni dai primi corsi in Comunicazione, radicalizzando l’elaborazione culturale dello scorso anno, si è scelto di riproporre una giornata di A tredici anni dai primi corsi in Comunicazione, radicalizzando l’elaborazione culturale dello scorso anno, si è scelto di riproporre una giornata di riflessione sulla collocazione sociale e professionale di questo campo disciplinare.
Negli ultimi anni, del resto, la risposta giovanile ai corsi di comunicazione e lo stesso fervore di istituzione di curricula in tante sedi universitarie ha determinato reazioni “allergiche”, gelosie ed ipersensibilità da parte di chi ritiene i campi del sapere rendite di posizione garantite in eterno. Pregiudizi, banalità e controversie pubbliche accompagnano lo sviluppo di questo settore, imponendogli comunque il compito di una riflessione più avanzata.
Se tutte le indagini sul fabbisogno del mercato del lavoro nello spazio europeo ci ricordano che il deficit di professioni comunicative è, in prospettiva, uno dei più gravosi per la modernità e per il cambiamento del paese, aprendo, dunque, ad una visione cautamente ottimistica per il futuro, il presente parla un linguaggio amaramente diverso. Le risposte del mercato del lavoro alle provocazioni della modernità, e in particolare alla qualità media dei laureati in comunicazione, registrano caratteri di modesta evoluzione e, in qualche caso, di stallo. Ma è impossibile non chiamare in causa l’arretratezza nel processo di maturazione del sistema politico, economico, comunicativo e persino di quello universitario, rispetto alla domanda di formazione che proviene dalle culture giovanili. A tutto questo si aggiunge una crisi persino più profonda, su cui nell’Incontro dello scorso anno non si sono accesi abbastanza i nostri riflettori: la progressiva precarizzazione del lavoro, che sembra quasi una metafora regressiva della nostra società.
Senza entrare nel merito della remuneratività economica del complesso sistema delle misure riferibili alla flessibilità, occorre cominciare ad interrogarsi sulla radicale incomprensione della portata dell’incertezza lavorativa e del suo reale riflesso sulla struttura e sull’equilibrio sociale. Soprattutto, è impossibile tacere su una società, su istituzioni e su strutture formative che si presentano ai giovani dichiarando che per loro si prospetta solo flessibilità e precariato, senza contemporaneamente ricordare che la struttura delle opportunità di chi lancia questi messaggi conta su un lavoro fisso. Da una coerente assunzione di queste preoccupazioni – formulate in modo volutamente brusco e impaziente – discendono concreti interrogativi: nei confronti di una crisi economica che certo esige risposte radicali, chi può credere che una soluzione meramente organizzativa, come la scelta della flessibilità, sia ininfluente sui modelli di vita e di relazione?
Ma il vero problema non è l’efficacia delle soluzioni economiche, sempre che siano effettivamente capaci di ridimensionare la crisi, quanto la difficoltà della nostra società di anticipare, pianificare, contenere quegli elementi di indebolimento dell’identità collegati al venir meno del lavoro come fattore d’innovazione e piattaforma esistenziale su cui s’innestano i ruoli sociali e persino quelli affettivi.

Che cosa succede ai settori di società più recenti nei momenti di crisi del lavoro? E, soprattutto, che cosa può comportare una scossa di tali dimensioni sugli equilibri di intere generazioni, in termini di socializzazione e rapporti con le istituzioni?
Per quanto risulta visibile e dichiarato che i giovani – per contrasto con gli adulti – non vedono nella famiglia e nel lavoro le loro certezze, anche per tradizionale conflittualità con le cosiddette “entità stabili”, s’impone una lettura delle generazioni e del loro rapporto con la flessibilità entro una cornice interpretativa diversa rispetto al passato. Non dobbiamo ragionare a compartimenti stagno, ma leggere le crisi del mercato del lavoro entro la cornice più ampia di una concatenazione di cambiamenti. Purtroppo, la segnaletica della crisi è leggibile nei caratteri di vari settori della vita sociale, tanto da alterare la qualità della vita in genere. La precarietà del lavoro, quindi, viene esasperata dalla precarietà della vita in genere, particolarmente quando mancano i meccanismi di autoregolazione ed equilibrio sociale.
Di fronte alle provocazioni di una modernità senza istruzioni per l’uso, non possiamo limitarci a strategie logistiche, senza aver messo in campo politiche di gestione capaci a intercettare in profondità i problemi. Soprattutto quando essi cambiano drasticamente persino il mondo degli affetti, la famiglia e il lavoro, che da sempre hanno costituito le palafitte dell’esistenza.
Il campo della comunicazione può essere quello da cui far ripartire una coraggiosa capacità di ripensamento. E del resto non è inverosimile che proprio nei settori più esposti all’innovazione la crisi del lavoro possa diventare più acuta.
La sfida dell’incontro, dunque, è la lettura consapevole della segnaletica della crisi del lavoro, non dimenticando che alla comunicazione viene spesso affidato il compito di appianare e, in certi casi, di mascherare l’incapacità gestionale delle politiche pubbliche.
Siamo nel campo sociale e culturale giusto per percepire la gravità della crisi. Ma siamo anche in prossimità di un anno “elettorale”. È dunque il momento più favorevole per attrezzarci a chiedere alle forze politiche candidate a governare il paese chiarezza di impegni e lungimiranza per affrontare le criticità e le chance dei tempi moderni.

Mario Porcellini
Presidente della Conferenza Nazionale delle Facoltà e
dei Corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione

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