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27 febbraio 2006

Cellule suicide

La prestigiosa rivista ‘Embo Journal’ che fa capo all’Organizzazione europea di biologia molecolare, ha pubblicato uno studio sulle ‘plasmacellule

La prestigiosa rivista ‘Embo Journal’ che fa capo all’Organizzazione europea di biologia molecolare, ha pubblicato uno studio sulle ‘plasmacellule’, le cellule incaricate della produzione di anticorpi. La ricerca è frutto della collaborazione tra il gruppo di ricerca del Proff. Roberto Sitia (San Raffaele di Milano), le università di Torino, Brescia e Genova, e l’Université de la Mediterranée di Marsiglia.
Quando il corpo è colpito da un virus, per esempio un banale raffreddore, alcune cellule, i linfociti B, si trasformano in plasmacellule, capaci di produrre migliaia di anticorpi al secondo, ma esse danno origine anche ad una certa quantità di scorie, che i proteasomi, altre strutture cellulari, provvedono ad eliminare. Dopo 4 o 5 giorni la plasmacellula si avvia verso una morte programmata, chiamata apoptasi, che se non avvenisse potrebbe portare a dei gravi danni per l’organismo. Sapendo che le plasmacellule sono molto sensibili all’azione di alcune composizioni chimiche che inibiscono i proteasomi, si è ipotizzato uno sqilibrio tra la produzione di anticorpi e la capacità di eliminare le scorie che via via aumentano, in questo modo la cellula si troverebbe sovraccarica e si avvierebbe verso la morte. La sperimentazione ha in effetti confermato questa ipotesi. Questo spiegherebbe l’efficacia dei farmaci che inibiscono i proteasomi nelle malattie tumorali.
Questo processo definito e descritto dai ricercatori, è “un processo perfettamente calibrato – spiega Simone Cenci, del San Raffaele, primo autore dello studio -. L’ apoptosi scatta solo quando la giusta quantità di anticorpi è stata prodotta. Se le plasmacellule morissero anzitempo, l’ organismo umano sarebbe sconfitto dalla malattia che lo ha aggredito ma se il meccanismo di morte programmata non scattasse a tempo debito potrebbero insorgere malattie autoimmuni o forme tumorali”.
“La scoperta – continua Sitia – rappresenta quindi non solo un passo in avanti nella conoscenza del funzionamento del nostro sistema immunitario ma potrebbe avere importanti riflessi nella cura dei tumori, anche se saranno necessari ancora anni per avere delle ricadute nella pratica clinica”. La ricerca è stata possibile grazie a finanziamenti dell’AIRC, del MIUR e di Telethon.

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