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20 febbraio 2006

Il corpo che voglio

Parlare di bellezza. Quella artificiale, costruita, pianificata. Quella cercata, disegnata, inventata. Per apparire come si vorrebbe essere. Per esserParlare di bellezza. Quella artificiale, costruita, pianificata. Quella cercata, disegnata, inventata. Per apparire come si vorrebbe essere. Per essere. Quella da rotocalco, da cinema, da passerella. Ebbene, parlare di quella bellezza sembra ormai già argomento consumato, trito, scontato. E la morale ci annoia e definirla male moderno ci porta in errore. Già la Saffo di Leopardi maledice gli dèi indifferenti al suo spiacevole apparire: la bruttezza le nega l’amore. Oggi possiamo comprarcela quella bellezza negata. E non è bene e non è male. Lo dimostra il successo e l’attenzione, oltre alle polemiche e alla critica, di un serial famoso e controverso che, nonostante tutto, replica la stagione televisiva dello scorso anno con un seguito di fedeli non trascurabile.
Da vedere, morale nel cassetto -meglio se chiusa a chiave- la terza serie di Nip/Tuck, primo telefilm che ha protagonista assoluto il lifting. Il cugino cattivo e perverso delle edificanti intenzioni di “ER” mostra la chirurgia plastica clinica, le operazioni sul lettino senza troppe censure di particolari e senza l’attenuante generica di salvare vite. Insomma, ci tocca seguirle senza alibi, per puro sadismo e sano piacere del raccapriccio.
La storia si incentra sulla vicenda di due fascinosi chirurghi plastici di Miami, Sean McNamara (Dylan Walsh) e Christian Troy(Julian McMahon) che incarnano il lato strumental/compiaciuto della medicina. Tante modelle belle da rendere bellissime, tanti paranoici da assecondare, tanti insicuri da convincere che l’insicurezza soccombe alla correzione estetica, tante malformazioni curiose abnormi grottesche, comiche. Pochi reali problemi in cui identificarsi e si accende la vigile percezione della finzione, dell’inganno. E allora va bene così, possiamo vedere tutto, con grasso sano humur, con un pizzico di piacere in sadico distacco. E, da estetica apologia dell’estetica a tutti i costi, ci ridimensiona il senso, resta il ridicolo trascinarsi verso la conquista della bellezza. E, a suo modo, diventa sano. Quasi morale. Nel mostrarci l’appiattimento di nasi, mento, zigomi tutti uguali. Nello svelarci l’artificio, l’alienazione. Talora ricordandoci che il bisturi non ferma il tempo, non rende più interessanti, non riempie i vuoti. Non a caso, quando Julia (Joely Richardson), moglie di Sean e amante di Christian, vuole rifarsi il seno viene sconsigliata da entrambi. Rubarsi un pezzetto d’identità degli altri, degli estranei, va bene ma non di chi si ama e si vede e si sente unico.
Un serial cupo, malinconico, triste, di speranze mortificate, avvilite. La stessa colonna sonora -A Perfect Lie (The Engine Room)- rapisce in un’atmosfera mesta che scava nelle nostre nostalgie, che fa affiorare inquietudini e paure. Che rende stranamente vulnerabili. Come siamo di fronte al mondo, fuori. La bellezza non basta. L’immagine ci copre ma non ci fa. In più, questa terza serie si tinge di giallo con la vicenda de “Il macellaio”. Un misterioso individuo che sfigura i volti dei belli con lo slogan “La bellezza è il male del mondo?”
Certo, lo è da sempre. Non è essenziale pur essendolo. Irrilevante e irriducibile. Distruttiva, morbosa e appagante, scintillante. Nip/Tuck ce lo svela in un sogghigno cinico, rapace. Episodi spregiudicati e immorali come i suoi personaggi, come la gente vera che paga per reinventarsi. E ci fa riflettere sulla nostra era, sulle ere di tutti i tempi. Sulla natura umana, in fondo. Sulla reale psicologia, anche misera e un po’ volgare, che ci nutre. Che nutre i nostri vacui comportamenti. E lo sprezzo per le cosiddette qualità profonde ci dimostra che tanto profonde non sono poi davvero. Ma, del resto, la bruttezza paralizza. A ogni livello: quella seria sfigurante, quella frivola estetizzante. E il buon senso ci dice di lodarne i miracoli come per il primo trapianto di volto targato Francia che ha restituito la normalità alla signora francese dilaniata dal suo cane. Ma ci fa condannare i trapianti di volto fagocita-identità per puro diletto. Ovviamente, targati America. Eppure il nodo è lo stesso, morale a parte.
Le modelle sfilano su un altro pianeta, le attrici sono belle per il trucco, la moda è fatta per le alte, i belli non sono intelligenti. Eppure tutti ne comprerebbero un pezzo, di quel piacevole apparire. E che importa l’identità.. quale identità? Essere imperfetti prodotti di un disegno divino ci umilia, ci fa sentire scartati, sfortunati, un po’ più soli. In credito. E non ci crediamo che le doti siano distribuite in egual modo. Troppe cose dimostrano il contrario. E allora via libera a seni di misure scelte, nasi regolari, labbra carnose, gambe snelle, fianchi modellati. E va bene, perché no? Il mercato ci guadagna, la psicologia pure. L’autostima ci fa scoprire di saper camminare a testa alta fra la gente e scusate se è poco. Vale la pena pagare per questo. Il fine giustifica i mezzi e la materia ne detta i dogmi. In fondo il materialismo attrae tutti. La materia conosciamo, tocchiamo, vediamo, respiriamo e di materia siamo fatti. Il resto ce lo raccontano.
E allora ci piace questo innocuo telefilm. Con i suoi eccessi, i suoi sadismi, i suoi cinici intenti.
E infatti, nel 2005, Nip/Tuck ha vinto il Golden Globe come “Miglior Serie Drammatica”. A suo modo edificante, anche. Non ipocrita. Come non ipocrita è il lecito disporre del proprio corpo.
Che sottile sconfitta, però. Quale misera fantasia nell’impedire alla natura di combinare le parti in modo unico. Quanto poco il senso di possesso della nostra identità. Tanto poco da indurci facilmente in tentazione.

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