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21 febbraio 2006

Il Principe che canta l’amore

“Io amo la gente che è disposta a prestarmi il suo spazzolino da denti in qualsiasi momento io glielo chieda. Non amo quelli che pretendono che io abb“Io amo la gente che è disposta a prestarmi il suo spazzolino da denti in qualsiasi momento io glielo chieda. Non amo quelli che pretendono che io abbia i denti sempre puliti. Allora è chiaro che io amo la gente che è disponibile a chiarirmi le idee, ma non amo quelli che pretendono che io abbia sempre le idee chiare. Veramente chiarezza e denti puliti sono due concetti violenti ed ermetici”. Chissà a cosa pensava Francesco De Gregori quando scrisse queste parole per il volume “Cercando un altro Egitto”, a cura di Simone Dessì (1976): certamente di non apparire cristallino nelle sue elucubrazioni mentali. Un po’ come tutti i poeti, come gli artisti, come i funamboli pronti ad esibirsi in ingegnosi numeri acrobatici senza mai svelarne la paura sottesa ad ogni impresa pericolosa. Perché scrivere canzoni non è semplice, soprattutto quando per trovare l’ispirazione bisogna “scavarsi” dentro, alla ricerca di sé stessi e di un modo per raccontarsi, o meglio per raccontare il tutto e niente che ci circonda, a seconda degli inevitabili “su e giù” della vita. “Dagli altoparlanti della radio e dello schermo televisivo esce un rumore indifferenziato in cui tutto è mescolato con tutto, e tutto è permesso in quanto tutto è azzerato, privato di ogni possibile sfumatura, banalizzato, devitalizzato”, dichiarò qualche tempo fa Francesco De Gregori, che a distanza di un anno dal suo ultimo lavoro, “Pezzi”, un resoconto musicale del bene e del male di casa nostra, ha pubblicato lo scorso 17 febbraio un album originale, scarno, acustico e intimista, dove si canta l’amore senza pudori. Con una copertina bianco immacolata, “Calypsos”, questo il titolo dell’album contenente “9 canzoni nuove”, ci abbaglia con suoni puliti, scevri da ogni tecnicismo fine a sé stesso, sorretto dal fondamentale apporto di una band affiatata come poche (Alessandro Svampa alla batteria, Guido Guglielminetti al contrabbasso elettrico, Alessandro Arianti al pianoforte e alle tastiere, Paolo Giovenchi e Lucio Bardi alle chitarre e Alessandro Valle alla pedal steel guitar). E immancabile, come una ciliegina sulla torta, l’inconfondibile e a tratti stridente voce di De Gregori, da sempre il cantante della band, come è solito definirsi, nonché l’autore di tutte le canzoni di “Calypsos”. “Amo Dylan che è sbilenco, dissonante, innovativo”, dichiarò in un’intervista a Mario Luzzatto Fegiz riferendosi al “menestrello di Duluth”, stella polare per il De Gregori cantante, musicista e cantautore. Già, perché il “Principe” della canzone italiana ha avuto molto da imparare da Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, e a leggere i testi delle sue canzoni, compreso quelli di “Calypsos”, se ne comprende il motivo. “Ma tu guarda il mio cuore mangiato/ l’amore ha sempre fame, non l’avevi notato?”, canta in “Cardiologia”, consapevole degli “amori passati e ancora vivi nella mente/ che dell’amore non si butta niente”. Ma c’è anche spazio per la vita, “questa scatola vuota, quest’anima nuda/ questa retta finita/ questa’acqua che corre veloce in salita/ quest’anima forte e ferita” (La linea della vita); per non parlare del bisogno vitale di aver sempre una casa dalla quale allontanarsi per poi inevitabilmente tornarci: “costruisco questa casa/ e ci pianto quattro spine/ quattro spine dolorose/ e ci pianto quattro spine/ quattro spine e quattro rose/ che raccontano la vita/ che raccontano l’amore” (La casa). In “Mayday”, “per salvarti la vita/ devi rischiare di più”, e non aver paura di dimenticare/ vattene vattene adesso/ non ti voltare/ non c’è nessuno/ da salutare”; nella canzone-dedica “Per le strade di Roma”, “il futuro intanto passa e non perdona”, “per i ragazzi che escono dalla scuola/ e sognano di fare il politico o l’attore/ e guardano il presente senza stupore”. Lungo i sentieri dell’amore, dunque, la vita non sempre è in discesa, sembra suggerirci De Gregori dal profondo della sua voce, ma alla fin fine sarà sempre “l’amore comunque/ che non ha paura del mare da attraversare”, qualunque sia l’ostacolo da scavalcare.

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