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8 febbraio 2006

In Cina anche le pmi, ma senza pianificazione

Imprenditore lombardo, titolare di una media azienda in un settore ad offerta ampia e diversificata (apparecchi elettrici, componentistica meccanica, Imprenditore lombardo, titolare di una media azienda in un settore ad offerta ampia e diversificata (apparecchi elettrici, componentistica meccanica, macchine per l’industria ecc.), desideroso di produrre per il mercato locale, commercialmente attivo in ogni parte del mondo e presente in loco da almeno 10 anni con una joint venture. È questo il profilo tipico dell’investitore italiano in Cina, secondo la più ampia ricerca mai condotta sui protagonisti della delocalizzazione produttiva italiana in Asia, presentata questa mattina all’Università Bocconi. I due autori, Carlo Filippini e Valeria Gattai dell’Istituto di studi economico-sociali per l’Asia orientale (Isesao) della Bocconi, hanno raccolto dati su oltre 300 investitori italiani nell’area, quasi il 90% di quelli presenti.
“Ne risulta una capacità di internazionalizzarsi non esclusiva delle grandi imprese”, dice Filippini. “Più del 70% di chi gestisce investimenti diretti in Cina appartiene alle categorie delle piccole o medie imprese, quasi sempre nei settori a offerta ampia e diversificata (40%) o in quelli tradizionali come tessile, abbigliamento, cuoio, calzature (37%) e provenienti dal centro-nord Italia (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte arrivano al 75%)”.
Le imprese italiane sono mosse soprattutto dalla valutazione dell’alto potenziale del mercato cinese, tanto che il 51% della produzione viene venduto in Cina e non esportato altrove.
Nella gran parte dei casi si tratta di imprese che arrivano alla Cina dopo avere accumulato una grande esperienza di internazionalizzazione: l’85% gestiva rapporti commerciali con più di 5 paesi prima di investire in Cina, quasi sempre da oltre 10 anni. Per il 54% delle imprese l’investimento diretto è stato il primo approccio con il paese, mentre il 46% ci è arrivato dopo avere sperimentato rapporti di import-export o fornitura.
La formula scelta più spesso (66%) per l’insediamento è la joint venture con un partner locale, mentre un terzo delle imprese italiane preferisce tentare l’avventura aprendo una società detenuta al 100% (le cosiddette Wholly foreign owned enterprise, Wfoe). Chi fa da sé è più soddisfatto di chi deve negoziare la gestione aziendale con un partner (90% di contenti contro 70%).
“La vera criticità messa in luce dalla ricerca”, sostiene Gattai, è la mancanza di pianificazione dell’avventura cinese, che porta il 90% delle imprese a dichiarare di avere sottovalutato alcuni aspetti del business in Cina, primi fra tutti la distanza culturale che si avverte specialmente in fase di negoziazione (ne soffrono soprattutto le grandi imprese), la lingua e la burocratizzazione (critiche per i medio-piccoli)”.
Il 40% delle imprese interessate è in Cina da più di 10 anni e un altro 30% da più di 6. Le iniziative sono perciò soggette a forme di controllo consolidate, che si esplicitano, nel 64% dei casi, nell’invio di un responsabile in loco. Solo il 38% di chi invia personale in Cina, però, lo sottopone a un training specifico, che lo prepari a ciò che lo attende. Si spiega anche così la diffusa sottovalutazione di molti aspetti ambientali del fare business in Cina.

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