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22 febbraio 2006

La storia negata

Un “errore metodologico” e la storia diventa altro. Un’ombra densa e scura avvolge un orrore mortificato, privato della dignità del dolore. E la parolUn “errore metodologico” e la storia diventa altro. Un’ombra densa e scura avvolge un orrore mortificato, privato della dignità del dolore. E la parola può ferire, offendere, lacerare come un coltello affilato. Si conclude la vicenda dello storico britannico Irving che 17 anni fa in libri, interventi e conferenze negava l’esistenza dell’Olocausto e sosteneva che il genocidio degli ebrei non fosse reato. E si conclude con una condanna a tre anni senza la condizionale, in attesa che il ricorso modifichi la sentenza. Unanimità, il 20 febbraio, tra i membri della giuria e un giudice severo e poco incline a lasciarsi impietosire dai pentimenti dell’ultimo momento, ritenuti falsi e strumentali. Adesso, Irving si dice certo della verità storica dello sterminio ma, nel 1989, in due discorsi tenuti a Vienna e a Laoben le sue parole recitavano “è ora di farla finita con questa favola” -delle camere a gas- e “Hitler stendeva la sua mano protettrice sugli ebrei”, riguardo l’Olocausto. Frasi che imbrattano come scarabbocchi le immagini dei campi di concentramento che affiorano alla memoria, che sporcano il candido orrore letto tra le righe, innocenti e ancora vivificate dalla speranza, del diario, quello indelebile di Anna Frank. Frasi che straziano il diritto di superstiti e discendenti di un popolo torturato al rispetto, alla memoria e alla conoscenza di una storia che li ha resi fatalmente vittime. Una percezione ancora troppo viva e vicina per non bruciare. Non a caso, il processo in questione è senza precedenti in Austria: per il seguito mediatico, per il sentito coinvolgimento dell’opinione pubblica, perché è la prima volta che un cittadino britannico viene arrestato per il reato di apologia del nazismo, costituzionalmente riconosciuto. Imputato colpevole di tutti i punti dell’accusa, recita il giudice Peter Liebetreu. E libera la storia, cancella le ombre. A nulla serve il tentativo di difesa di Irving che sostiene di aver mutato negli anni la sua ricostruzione storica, citando lo studio di importanti documenti redatti dal vice comandante di Auschwitz, Kurt Aumeier, e basandosi su annotazioni firmate da Adolf Eichmann. Scritti che non gli impediscono di mantenere un giudizio storico positivo sulla politica di Hitler. Respinte, quindi, le argomentazioni dell’avvocato difensore incentrate sul fatto che Irving fosse di età piuttosto avanzata -67 anni-, che si fosse pentito e riconosciuto colpevole –con le motivazioni sopra citate-, che fosse un cittadino britannico e non rappresentasse un pericolo per l’Austria –ma solo per la storia-, che non fosse un attivista né un “demagogo di masse”- ma solo un pericoloso modello per posizioni estremiste.
Resta un senso di indignazione e di liberazione dall’esito del processo. Un senso di rispetto per un’ingiustizia che non potrà mai avere giustizia. Un pensiero a tutte quelle persone che “la mano protettrice di Hitler” ha privato della vita. E viene in mente un libro bellissimo, intenso, un gioiello della letteratura. Semplice, candido, sincero. Uno dei più intensi racconti sul nazismo. Il libro è “L’amico ritrovato” di Uhlmann. Storia di un adolescente ebreo che trova e perde un amico nella Germania di Hitler, tra odio e ingenuità. Toccante l’immagine del padre che, vedendosi un tedesco stanziato davanti alla porta di casa, indossa la divisa da ufficiale, appunta tutte le sue decorazioni e si mette di fianco al militare di nobile nascita ariana. In memoria di una guerra passata combattuta insieme, dalla stessa parte della trincea. Commovente il suo sgomento di sentire l’appartenenza a un popolo che lo esclude: lui, nato cresciuto e vissuto tra quella stessa gente, lui che ha combattuto e ipotecato la sua vita con coraggio eroico per quella stessa gente. Che adesso lo rifiuta e lo disprezza.

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