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7 febbraio 2006

Università a confronto

A leggere i dati pubblicati sull’ultimo numero di “Io Donna”, allegato settimanale del “Corriere della Sera”, l’Università qui in Italia è ancora

A leggere i dati pubblicati sull’ultimo numero di “Io Donna”, allegato settimanale del “Corriere della Sera”, l’Università qui in Italia è ancora molto gettonata: 1.800.000 studenti universitari (divisi in 77 atenei e 500 facoltà), 350 mila matricole e 270 mila dottori ogni anno, mentre tra i diplomati alle scuole secondarie, il 76% decide di proseguire gli studi. Insomma, la laurea sembra essere, agli occhi di numerosi giovani, la sola possibilità concreta di entrare di diritto nel mondo del lavoro. Purtroppo, nonostante la notevole affluenza nelle aule universitarie di tutta Italia, i nostri atenei stentano nel farsi strada a livello europeo, per non dire internazionale. A confermarci questo spiacevole trend è la recente classifica dell’”Higher”, il supplemento del “Times” che si occupa di istruzione, comprendente le 200 migliori università statali al mondo e le 50 migliori europee. Come al solito, ai primi posti è difficile che si parli italiano: infatti, almeno nella graduatoria mondiale, spiccano ai vertici dell’alta formazione la Harvard University, il Massachussets Inst. of Technology, la Oxford University, la Cambridge University, la Yale University, la London School of Economics, la Columbia University, e così via. E l’Italia? Neanche a dirlo, La Sapienza al 125°, l’Università di Bologna al 159° e l’Università di Firenze al 199° posto. Che sconforto! Per non parlare della classifica a livello europeo: prima del 50° gradino (ancora La Sapienza), nemmeno l’ombra dell’Italia. Interessanti i parametri cui la “Qs Network” si è attenuta per redigere la classifica in questione: il 40% del voto attribuito a ciascun ateneo è stato ricavato chiedendo a 2.375 docenti di indicare l’università migliore in una determinata area disciplinare e la migliore in assoluto; il 20% si ricava dal rapporto tra professori e studenti; un altro 20% dal numero di volte in cui un ateneo è citato dai ricercatori mondiali; il 10% riguarda l’opinione dei recruiters (selezionatori di personale); un 5% si riferisce alla percentuale di studenti stranieri presenti in ateneo e il restante 5% all’internazionalità delle varie facoltà. Basti pensare all’esigua schiera di studenti stranieri che frequenta le università italiane, pari al solo 2,10%, secondo dati ministeriali, dell’intera popolazione universitaria, per comprendere lo scarso appeal internazionale del nostro Paese. A detta di Fabrizio Onida, docente di Economia Internazionale alla Bocconi, ex presidente dell’Istituto per il commercio estero, intervistato per il “CorrierEconomia”, “lo scarso prestigio delle nostre università statali all’estero è dovuto all’assenza di corsi in lingua inglese (al contrario di ciò che accade in quasi tutte le università olandesi o del Nord Europa) e a un costo della vita penalizzante per uno studente straniero”. “Sarebbe molto più produttivo puntare su un numero contenuto di atenei di grandissimo prestigio su tutto il territorio nazionale…invece col nostro attuale sistema che prevede quasi 80 università presenti anche nelle più piccole realtà provinciali creiamo un’estrema dispersione di risorse economiche e didattiche”. Ecco, dunque, rientrare in gioco il controverso tema del valore legale del titolo di studio che, a detta di molti, equiparerebbe la laurea ottenuta in un ateneo prestigioso a quella raggiunta in un ateneo meno competitivo. “Per aumentare la qualità”, dichiara alle pagine di “Io Donna” Pietro Reichlin, professore di Macroeconomia alla Luiss, “bisogna sviluppare la concorrenza, come succede nei paesi anglosassoni dove il valore legale della laurea non esiste”. E’ il caso, appunto, della formazione universitaria “made in England”, con tasse d’iscrizione alte (fino a 4.500 euro), che lo Stato però anticipa attraverso prestiti d’onore, e che gli studenti restituiscono a rate, quando poi cominciano a lavorare. Pro e contro, dunque, per una modernizzazione dell’Università, come quelle italiana, che di certo non si riformerà da sola.

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