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9 marzo 2006

Bocconi: Imprese e informazione

Le imprese italiane comprendono la criticità dell’informazione sull’ambiente esterno in una realtà economica che si fa sempre più reticolare, ma non sLe imprese italiane comprendono la criticità dell’informazione sull’ambiente esterno in una realtà economica che si fa sempre più reticolare, ma non sono altrettanto pronte nell’adottare e utilizzare strumenti di raccolta dell’informazione come le banche dati on-line e nello strutturarsi organizzativamente in modo da istituzionalizzare tale raccolta.
Lo ha rilevato la ricerca Il valore economico dell’informazione condotta, per conto di InfoCamere, dall’Università Bocconi con il coordinamento di Ferdinando Pennarola su un campione di 1.401 imprese di ogni dimensione. La ricerca, pubblicata nel libro Imprese e società dell’informazione (a cura di Ferdinando Pennarola, Egea, Milano, 2006, 198 pagine, 20 euro) è stata presentata oggi a Roma nel corso dei festeggiamenti organizzati da Unioncamere per il decimo anniversario del Registro delle imprese.

Solo il 17,6% delle imprese dispone di almeno un accesso a una banca dati on-line, ma il dato è fortemente influenzato dalle dimensioni d’azienda. Nelle imprese con più di 50 addetti il tasso di diffusione delle banche dati on-line supera il 50%. Chi utilizza le banche dati ne è soddisfatto. La valutazione della qualità delle informazioni, della facilità di accesso e dei costi, in una scala da 1 a 7, è sempre superiore al 4.

Nella stragrande maggioranza dei casi l’accesso alle banche dati è limitato a pochi individui: nel 29% delle imprese che le adottano le utilizza una sola persona e in un ulteriore 48% sono due o tre. Solo il 18% delle imprese che utilizzano lo strumento ha, inoltre, un’unità organizzativa preposta alla raccolta dell’informazione esterna (e si supera il 30% solo nella classe dimensionale dai 100 addetti in su). Si tratta, in ogni caso, di unità organizzative piccole (tre persone o meno in più di metà dei casi).

Nel 46,5% delle imprese che adottano le banche dati è presente una figura professionale preposta, in tutto o in parte, al reperimento dei dati esterni, ma anche per questi professionisti si tratta di un compito relativamente marginale, se è vero che, in media, vi dedicano meno del 10% del tempo lavorativo.

La motivazione di gran lunga prevalente tra le imprese nella raccolta di informazioni esterne è la conoscenza dei clienti (l’informazione è utilizzata a questo scopo dal 69,5% del campione che adotta le banche dati), mentre la ricerca dei dati è più raramente finalizzata alla conoscenza dei fornitori (23,5%), concorrenti (20%) e partner (14,2%).

Poco più di metà delle imprese che non utilizzano le banche dati raccoglie, comunque, informazione esterna da altre fonti. I parametri di queste imprese riguardo l’utilizzo delle fonti sono sistematicamente peggiori di quelli di chi adotta anche le banche dati: solo l’8,9% di queste imprese dispone di un’unità organizzativa preposta a tale attività e solo il 22,7% ha una figura professionale che si occupa della ricerca delle informazioni esterne.

“Il fatto che il 54,4% delle imprese che non adotta le banche dati le ritenga inutili e il 21,1% sostenga di non averci mai neppure pensato”, sostiene Pennarola, “evidenzia un gap di offerta, legato al contatto e alla comunicazione con le imprese. In definitiva, molti degli aspetti problematici nel rapporto tra imprese e informazione affondano le proprie radici nella struttura del capitalismo italiano, ancora a metà strada tra quello industriale e quello informazionale. Le dimensioni delle imprese incidono parecchio sui processi di diffusione e adozione delle nuove tecnologie”.

Il Registro delle imprese, infine, è la banca dati più utilizzata (vi accede il 48,5% delle imprese che utilizzano banche dati), e di gran lunga quella preferita dalle imprese di piccole dimensioni. Al crescere del numero degli addetti acquistano rilevanza anche la banca dati del Cerved e quella di Dun&Bradstreet.

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