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6 marzo 2006

La guerra delle Moschee

La moschea è il luogo di culto per i fedeli dell’Islamismo: la parola italiana deriva dallo spagnolo “mezquita”, a sua volta originata dalla parola arLa moschea è il luogo di culto per i fedeli dell’Islamismo: la parola italiana deriva dallo spagnolo “mezquita”, a sua volta originata dalla parola araba “masjid” che indica il luogo in cui si compiono le “sujud”, le prosternazioni che fanno parte dei movimenti obbligatori che deve compiere il fedele in preghiera. Un musulmano non può non pregare, fa parte della sua vita di credente, del rito che da secoli e secoli obbliga gli adepti del profeta Maometto a pregare cinque volte al giorno. All’alba (fajr), a mezzogiorno (dhuhr), nel pomeriggio (asr), al tramonto (maghrib) e a mezzanotte (isha’a). Una vita scandita dal ricordo costante di Dio (Allah), stella polare del percorso spirituale di ogni musulmano che si rispetti. Cosa c’entra, allora, questa dignitosa professione di fede in un aldilà da rispettare e venerare, con il terrorismo di matrice islamica dilagante in tutto il mondo, in nome di non si sa quale Dio o religione? Non c’entra niente, appunto, qualunque cosa ne pensi lo studioso Samuel Huntington, profeta di sventura di un sedicente “scontro di civiltà” tra Occidente ed Oriente, tra laicismo e religione, tra liberalismo e islamismo. Vivere è scegliere, rispettando alla luce della ragione qualsiasi altra scelta che esuli dalle nostre. Non aver paura dell’”altro da sé” è il principio che dovrebbe guidarci lungo la strada dell’annientamento di qualunque “scontro di civiltà”, specchio per le allodole ignare del tempo che, inevitabilmente, va avanti e porta cambiamenti. Ma ai fondamentalisti islamici (Bin Laden & C.), niente di più lontano dai veri musulmani difensori della sacralità della vita e non della morte, tutto questo non sembra interessare. A loro interessa unicamente appiccare fuochi dove non c’è acqua, ma solo morte e distruzione, sofferenza e risentimento. Basti pensare all’Iraq per delineare lo scenario di questa guerra guerreggiata che dal marzo 2003 è entrata nelle vite di uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere iracheni. Ancor di più da quando, lo scorso febbraio, è scoppiata una vera e propria “guerra delle moschee”, in una crescente rappresaglia tra le due fazioni religiose più rilevanti della regione (sciiti e sunniti). Tutto ha avuto inizio con la distruzione della moschea di Al Askariya, a Samarra (95 Km a nord di Bagdad), quando un commando di quattro uomini ha fatto crollare, con cariche di esplosivo, uno dei luoghi santi sciiti più importanti. A Samarra, sotto la cupola d’oro andata completamente distrutta, sono sepolti due dei 12 imam venerati dal “partito di Alì” (questo significa “sciita”). Lì accanto c’è la grotta dove secondo la tradizione scomparve nell’878, all’età di 4 anni, il dodicesimo imam, Mohammed Al-Mahdi: nella grotta (sirdab), visitata da milioni di pellegrini, c’è il pozzo da cui l’imam scomparso riapparirà per portare giustizia tra gli uomini. I sospetti dell’attacco alla moschea vanno sulla guerriglia sunnita (in netta minoranza politica dopo la caduta del regime dittatoriale di Saddam Hussein e dopo le recenti elezioni parlamentari) e sui jihadisti di Abu Mussab Zarkawi, capo di Al Qaeda in Iraq. Nonostante tutto il grande ayatollah Ali Al Sistani (“marjaa taglid”, fonte di imitazione per gli sciiti) ha deciso di andare in tv per chiedere più sicurezza e predicare la calma ai 15 milioni di sciiti iracheni. Ma la loro reazione non si è fatta attendere troppo: 130 le vittime sunnite della violenza sciita e 150 le moschee (sempre sunnite) danneggiate o bruciate. Sarà guerra civile? “Se il fuoco del conflitto interno dilaga, saremo tutti sconfitti”, ha dichiarato il presidente iracheno Jalal Talabani, rivolgendosi ai leader sciiti, sunniti e curdi. Come dire, la pace è nelle loro mani.

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