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10 marzo 2006

Rosso

‘Lascia che si appoggi sul tuo ventre
Mentre da notte si fa giorno
Lascia libere le tue carezze sfinite
Non bisogna rompere l’incanto’Lascia che si appoggi sul tuo ventre
Mentre da notte si fa giorno
Lascia libere le tue carezze sfinite
Non bisogna rompere l’incanto
Tutto questo vale la nostra morte’

Nate e cresciute nel cuore dello stesso paesino, situato nell’ entroterra del palermitano, Silvia e Serena si conoscevano da sempre, perlomeno di vista; ma come a volte accade, un po’ per quella manciata di anni che le separano, un po’ per uno stile di vita a tratti diametralmente opposto, non si erano mai scambiate che qualche sporadico cenno di saluto… fino a quando due mesi fa, alla festa di un amico comune, quasi per caso, si sono trovate l’una accanto all’altra, sul finire della serata, ed hanno cominciato a parlare…
Da allora fino ad oggi, non si sono più divise.
Nessun litigio, nessun diverbio; stessi gusti, sempre d’accordo, in tutte le occasioni, tanto da sembrare le due metà di una persona sola, nonostante differiscano per l’aspetto, la voce e, ciò che più conta, per il modo di fare.
Da allora fino ad oggi, sempre insieme; tanto che, se ti capita di passare per le vie del paese, durante le ore meno calde del giorno, è impensabile che tu ne possa incontrarne una soltanto.
Serena è alta, magra, le curve del corpo appena accennate; il viso affilato è impreziosito da grandi occhi nocciola, che raramente trucca; lunghi, lunghissimi capelli neri, dalle sfumature rossicce, accompagnano il tuo sguardo dalla fronte fin sopra i seni acerbi; fianchi stretti ed asciutti sono il logico complemento di gambe nervose, che giocano a nascondersi tra le ombre della sera, complici di una carnagione olivastra e di abiti scuri.
Donna semplice, seria, a tratti quasi severa; è bello sentirla parlare, contemplando le labbra sottili muoversi appena, incurvando sensibilmente le guance; ma subito tace e gira la testa, mandando all’aria capelli e dilemmi, tra il lieve tintinnio degli orecchini d’argento e pietre dure, acquistati durante il suo ultimo viaggio in Africa.
Tutt’altra ragazza è Silvia.
A tratti forse anche un po’ troppo appariscente; è solita guardarti fisso negli occhi e sorriderti con tutto il suo viso.
Bocca carnosa e rossa, occhi appena un po’ a mandorla, di un azzurro che tende al celeste, capelli biondi, mossi, che scendono ad accarezzare spalle morbide; gambe sode a sorreggere forme che esprimono prepotentemente tutta la loro carnalità, gioiosa e fragrante; è sempre accompagnata da un profumo di femmina che, al suo passare, non concede tregua a nessuno che possa dirsi uomo.
Chiacchiera molto ed adora sentirsi ascoltata; le mani, le unghie laccate che giocano con il bicchiere semivuoto o con il pacchetto di sigarette, da sole possono far innamorare chi ha la sfortuna di incontrarle con lo sguardo… magari da un altro tavolo, costringendo la mente a sogni assolutamente proibiti, risvegliando istinti di cui si ignorava persino l’esistenza.
Due mesi… due mesi non sono poi molti; ma le due giovani ninfe già vivono il principio del loro sogno gemello, lontane dal mondo che non ha mai saputo apprezzare la discrezione dell’una e la vitalità dell’altra, ripudiandole sin da ragazzine, etichettandole sommariamente, con un misto di invidia e gelosia, chiamandole “frigida” e “puttana”.
Il sogno comincia a tingersi di rosso, rosso scuro tendente al viola, come il colore del sangue che fuoriesce dalla carne ferita a fondo; come il colore della marmellata di mirtillo, che scende a sporcare il candore del burro più fresco.
Ognuna, nel proprio pensiero, ripensa al viso dell’altra, ai suoi occhi, alle mani da stringere; e sorride, con un velo di tristezza negli occhi, sperando che domani il sole possa illuminare un giorno diverso.
La notte talvolta le spia abbandonate sopra letti sconosciuti, accanto ad amanti occasionali, mentre cercano di uccidere la noia e il dolore del tempo che passa inarrestabile, aspettando con ansia che un giorno quel sole, che ha già illuminato la strada di tanti poeti maledetti, verrà finalmente a fare da testimone al loro trepido incontro.
Distese vicino ai loro nuovi giocattoli inconsapevoli, già vinti ed immersi nel sonno, rimangono a sognare ad occhi aperti, in silenzio, ogni particolare… ogni colore di quell’incontro, quando immerse in un rosso mare di papaveri, le tenere amiche, sorelle di Amore, sapranno trovarsi l’un l’altra, abbracciandosi senza dover spiegare niente a nessuno.
Appoggiando le labbra a spasimi lievi, danzando ai ritmi del loro sesso, ridendo del mondo degli uomini, rimasti indaffarati a pensare cosa dire… cosa fare…

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