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16 gennaio 2007

Le imprese italiane nell’est europeo

Investire nell’Est Europeo: un’opzione strategica sempre più diffusa tra le imprese italiane. Nel corso del convegno “L&rsquoInvestire nell’Est Europeo: un’opzione strategica sempre più diffusa tra le imprese italiane. Nel corso del convegno “L’internazionalizzazione delle imprese italiane nell’Est europeo: evidenze e prospettive”, organizzato dall’Università degli Studi dell’Insubria e dalla Rivista Sinergie, sono state presentate le conclusioni di uno studio effettuato dal Centro di Eccellenza sull’Internazionalizzazione dell’Università dell’Insubria che ha analizzato oltre 1.600 imprese italiane che hanno attuato scelte di localizzazione nei Paesi dell’Europa orientale. L’indagine, che ha fatto un vero e proprio censimento delle aziende italiane che hanno investito nell’Est Europeo, ha scandagliato i fattori alla base delle scelte di localizzazione ed ha esaminato l’evoluzione delle strategie di internazionalizzazione delle imprese. La prima conclusione alla quale si è giunti sulla base dell’interpretazione dei dati è che sempre più imprese non solo delocalizzano fasi di attività all’estero, ma sono interessate da un fenomeno di “rilocalizzazione”: trasferiscono, cioè, in questi Paesi il fulcro della loro attività. Il Convegno – patrocinato da Camera di Commercio, artigianato e agricoltura di Varese; Comune di Varese; Provincia di Varese; Api Varese; Associazione Artigiani della Provincia di Varese; Associazione Commercianti di Varese; Centro Estero Camere di Commercio Lombarde; Cna Varese; Confesercenti Varese; Unione Industriali della Provincia di Varese e sponsorizzato da Bpu Banca, Accademia italiana di Economia Aziendale e Cueim Comunicazione – ha approfondito le direttrici, le modalità di realizzazione e le finalità degli investimenti nei Paesi dell’Est Europa. «Il recente ingresso nell’Unione Europea di Bulgaria e Romania conferisce a questo tema particolare attualità – ha sottolineato il prof. Cotta Ramusino, docente della Facoltà di Economia dell’Università di Pavia, curatore della ricerca -: il processo di allargamento in atto porta alla creazione di un mercato “paneuropeo” sempre più ampio in termini di Paesi, popolazione e, dunque, mercati. Il grado di affinità culturale, la contiguità o la vicinanza geografica, le prospettive di sviluppo di questi Paesi fanno sì che molte imprese della “core Europe” guardino ad essi con grande interesse. Pur nella diversità degli stadi di sviluppo in cui si trovano, queste economie promettono infatti di avvicinarsi sempre di più e rapidamente agli standard europei». In questo scenario si collocano i comportamenti di molte imprese italiane che hanno iniziato a valutare in modo diverso le prospettive degli insediamenti già realizzati in questi Paesi considerando come sempre più interessanti le prospettive di sbocco, oltre a quelle di produzione «La ricerca evidenzia come nei Paesi dell’Est europeo si stia affermando un fenomeno che è stato definito di “rilocalizzazione” – ha continuato il prof. Alberto Onetti, responsabile scientifico del Centro di Eccellenza sull’Internazionalizzazione dell’Università dell’Insubria -: l’impresa viene riprogettata per servire il mercato locale. Dal momento che l’impresa era già presente sul mercato locale con attività produttive, questo fenomeno determina il progressivo trasferimento dell’intera catena del valore delle imprese nei Paesi dell’Est, la rilocalizzazione appunto. Questo fenomeno è molto marcato nei Paesi dell’Europa orientale che presentano il maggior gradiente di sviluppo di cui la Polonia è il caso più evidente: per le imprese localizzate in Polonia il 70% del fatturato proviene dal mercato in cui esse sono localizzate, cui si aggiunge un ulteriore 8% rinveniente da altri Paesi PECO. Per i Paesi che presentano un livello di sviluppo meno marcato, quali la Romania, l’internazionalizzazione assume ancora la veste della delocalizzazione, finalizzata allo svolgimento di lavorazioni per la successiva reimportazione nel nostro Paese: delle imprese localizzate in Romania il 78% del fatturato è realizzato in contropartita con imprese italiane. La rilocalizzazione è l’esito finale di un processo durante il quale la filiale, da centro estero di produzione, viene ad assumere il ruolo di unità operativa sempre più autonoma: l’autonomia cresce di pari passo con la crescita della rilevanza del mercato locale e con le difficoltà competitive incontrate sui tradizionali Paesi di sbocco». «Lo scenario delineato non si applica a tutte le nostre imprese – ha dichiarato il prof. Cotta Ramusino – quelle caratterizzate da maggiore forza competitiva sui mercati internazionali manifestano comportamenti diversi da quelli prevalentemente emergenti in questa analisi dal momento che sono in grado di affrontare da una posizione di forza la competizione internazionale. L’identikit dell’impresa destinata a “rilocalizzarsi” – ha aggiunto il prof. Cotta Ramusino – è un’impresa posizionata su settori maturi che subisce la crescita della pressione competitiva sui mercati di tradizionale inserimento». «La rilocalizzazione è a tutta evidenza una strategia di difesa e non di attacco – ha commentato il prof. Onetti – non siamo nelle condizioni di poter dire che rappresenti una opzione strategica sostenibile o sia destinata ad essere erosa con il passare del tempo, via via che lo sviluppo economico di quelle aree e l’intensificarsi della globalizzazione procederanno. Tuttavia rilocalizzandosi su questi mercati – ha concluso Onetti – le nostre imprese possono beneficiare di evidenti vantaggi di “prossimità” e di conoscenza diretta del mercato, derivanti dell’esperienza già maturata con le attività produttive. Inoltre la rilocalizzazione può consentire di sfruttare nicchie di mercato in emersione e che presentano interessanti opportunità di crescita e pressioni competitive meno intense, qualcosa di simile al contesto competitivo che l’Italia aveva rappresentato venti o trenta anni fa».

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