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8 marzo 2007

I laureati italiani e il lavoro che non c’è

Puntuale come le allergie a primavera arriva l’indagine Almalaurea sullo stato occupazionale dei laureati in Italia, a confermare quello che molti di Puntuale come le allergie a primavera arriva l’indagine Almalaurea sullo stato occupazionale dei laureati in Italia, a confermare quello che molti di noi hanno già constatato sulla propria pelle.
Ad un anno dalla laurea, finiti i bagordi e riposta la sudata tesi nella biblioteca di famiglia, quanti laureati italiani (pre o post riforma che siano) hanno trovato lavoro? Pochi, e meno degli anni precedenti, a sentire Almalaurea.
Nell’annuale indagine sulla “Condizione occupazionale dei laureati italiani”, giunta alla nona edizione, il consorzio interuniversitario al quale aderiscono 49 università italiane stila un ritratto a tinte fosche sui neo dottori, datati 2006, che hanno trovato lavoro: quanti? Solo il 45 per cento dei laureati “triennali” (erano il 52 per cento l’anno scorso) e il 52,4 per cento dei laureati pre-riforma, il dato più basso dal 1999.
Se poi parliamo di stabilità allora entriamo nell’ambito delle chimere: solo un giovane su tre, che ha conseguito una laurea breve e ha trovato un impiego, è riuscito a siglare un contratto a tempo indeterminato. L’anno scorso l’impresa era riuscita al 40 per cento di loro. Stessa sorte per quanti hanno ultimato il percorso di laurea del “vecchio ordinamento”; tra loro la quota di chi ha avuto un contratto stabile è scesa al 38,4 per cento. Ad ulteriore conferma del dato basta ricordare che, dal 2001 ad oggi, il lavoro atipico è cresciuto di ben dieci punti percentuali.
Sconfortanti anche gli stipendi: ben lontani dal poter garantire una piena dipendenza economica, oscillano intorno ai 969 euro per i laureati del nuovo ordinamento e i 1.042 per i laureati del vecchio ordinamento.
In questo quadro già poco roseo risalta la “solita” discriminazione tra sessi: le donne hanno un tasso di occupazione più basso degli uomini (ad un anno dalla laurea lavora il 49,2 per cento delle laureate pre-riforma contro il 57,1 per cento degli uomini), sono più precarie (52 per cento di contratti atipici al femminile contro il 41,5 per cento degli uomini) e guadagnano di meno, con una disparità in crescendo che, a cinque anni dalla laurea, porta le donne a guadagnare un terzo dei colleghi uomini.
Sempre vive anche le differenze territoriali. Rimanendo in tema di retribuzione, infatti, un giovane del Nord percepisce, sempre a cinque anni dalla laurea, uno stipendio di circa 1.355 euro, mentre al Sud la retribuzione si ferma intorno ai 1.167 euro; questa situazione si ripropone anche se si guarda il dato relativo all’occupazione: ad un anno dalla laurea lavorano 60 giovani del Nord su 100 contro il 40 per cento dei laureati del Sud.
Tutto questo senza entrare nel discorso della qualità del lavoro offerto ai laureati, spesso lontano anni luce da quello per cui si è studiato e in cui ci si è specializzati, ma questa è un’altra storia e, visto l’andazzo, vi sembra il tempo di fare gli schizzinosi?

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