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15 giugno 2010

L’ultimo esame universitario… ed è subito fine

Si parla sempre tanto del mondo accademico. Dell’università si racconta quotidianamente e si declina ogni suo significato, situazione o dettaglio: si racconta di docenti, di riforme, di tagli. Si parla anche di studenti: quelli che si laureano, gli studenti che non hanno un buon placement rispetto al mercato del lavoro, i tanti che protestano. Le fredde statistiche poi ci ricordano della tempistica di un ciclo di studi, delle medie dei voti di laurea, ci classificano le facoltà più scelte.

Ma forse c’è una cosa di cui non si parla o su cui tendenzialmente ci si esprime poco: la fine del percorso di studi. Non si tratta solo di un materiale conseguimento di un titolo accademico che a lungo andare referenzierà per l’inserimento professionale. In quella fase, si mescolano forti emozioni, sensazioni, stati d’animo, paure e tensioni. Si tratta di un mix psico-emotivo dai tratti del conflitto, perché conflittuali sono le sensazioni che si provano.

Non serve arrivare al giorno seguente alla discussione della tesi, basta fare un piccolo passo indietro e fermarsi a quello che è lo stato emozionale di chi supera l’ultimo esame, l’ultimo del percorso universitario o forse della propria vita. Se da un lato quell’ennesimo voto, quell’ultima firma di quell’ultimo docente garantiscono un sicuro e reale senso di libertà, di gioia e donano un senso di vittoria e di irripetibile soddisfazione, al contempo c’è dell’ “altro”.

Questo discorso, non pretende di essere generalizzabile, ma intende riferirsi soprattutto a chi ha vissuto non solo con passione il proprio percorso di studi, ma che ha anche fatto vita di campus o che ha saputo fare del ciclo universitario un periodo sì di studio e di impegno, ma anche di relazioni e interazioni, di simpatie, amicizia o amori nonché di attività extra studio.

È decisamente una sensazione bellissima a quell’ultimo esame, nell’attesa che arrivi il prof, guardarsi attorno e sentirsi “a casa propria”, conoscere quasi tutti i presenti con cui si può parlare di ogni tipo di argomento e con cui ci si sente di “essere in famiglia”. È tutto ciò che fa la differenza, dunque, è proprio questa “quell’altra parte” : la più vera, più umana, più reale.

È questa istantanea che fa sì che, a quel senso di libertà appena conquistato, si accompagnino sentimenti di malinconia, picchi di tristezza, un inspiegabile stato di malessere e di svuotamento. È solo in quell’istante che forse si realizza che a breve, quel mondo fatto “di tutto un po’” e che era una parte consistente della propria vita, presto non ci sarà più. Certo, i legami di amicizia, quelli veri, instaurati durante il percorso universitario potranno essere coltivati anche fuori, ma si è consapevoli, però, che lì, all’università, tutto aveva un sapore diverso, così originale e speciale.

Questa “sindrome”, ovvio, colpisce soprattutto chi è alle prese con la laurea magistrale o specialistica, perché quando si termina il ciclo di studi triennale, si ha certezza che una buona parte dei colleghi saranno a breve ritrovati e che la vita da campus sarà presto ripresa . Non si tratta solo di questa specie di sindrome di “abbandono”, ma, sono anche altre (forse le più insidiose) le cause del turbamento emotivo che si può avvertire: si ha la certezza “matematica” che una volta discussa la tesi si sarà davvero “fuori”e che quel prossimo “status” richiederà una nuova ridefinizione di se stessi, dalle abitudini ai luoghi, passando per le persone.

Ma c’è dell’altro. Quel nuovo status, infatti, molto probabilmente, sarà tutto orientato alla ricerca di quell’agognato lavoro o all’individuazione di quella specializzazione di competenze opportuna (e le scelte da compiere potrebbero essere decisive). Il pensiero, quindi, è soprattutto rivolto a quel lavoro, quello stesso che si spera di trovare entro un arco temporale breve, che sia quanto mai consono alle proprie inclinazioni e sogni e al percorso di studi attinente, nella consapevolezza che non pochi, nel tempo, hanno dovuto accontentarsi e scendere a compromessi con il mercato occupazionale (un vero lavoro che finalmente potrà far abbandonare quei lavoretti “mezzi” fatti per sostenersi economicamente in previsione di “tempi migliori”).

Anche individuare quel master o quello stage formativo davvero utile diventa un grattacapo non indifferente. Dunque è forse in quell’ultimo esame che tutte queste opposte sensazioni di libertà, di svuotamento e di preoccupazione tendono ad emergere prepotentemente, ma è proprio da queste che, ritengo, si debba partire per “ricostruirsi” egregiamente, sicuri che il percorso di studi fatto è stato un importante momento di vita e di crescita, ma che era giusto e necessario che finisse prima o poi.

Quella fine, però, deve essere vista solo come un nuovo punto di partenza. Deve essere letta come un sereno inizio che porterà con se tante novità, un’ulteriore fase di arricchimento e in cui si inizierà a tracciare la strada per il proprio successo. Agli studenti giunti alla fine non resta altro, quindi, che affrettarsi a riempire sapientemente quel “vuoto” e colmarlo non solo di quella soddisfazione appena ottenuta a quell’ultimo esame, ma, anche di tante sane motivazioni, di importanti obiettivi e di vero coraggio pur custodendo sempre nel cuore i ricordi di quel “frammento” di vita chiamato università…
Buona fortuna ragazzi!

Pasqualina Scalea

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