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11 agosto 2010

Il governo taglia le gambe alla ricerca? I cervelli italiani spiccano il volo

Il “brain draining” dei cervelli italiani ha subito negli ultimi anni una crescita tristemente notevole. Secondo le statistiche, dal 1996 al 1999 hanno lasciato il Paese circa 12 mila laureati, e nel 2000 il tasso d’espatrio delle nostri menti si aggirava attorno al 7%.I motivi che spingono i neolaureati e i neoricercatori a trasferirsi presso università e centri di studio esteri sono le ristrette opportunità che il nostro Paese offre loro, la mancanza degli strumenti formativi necessari alla creazione di una svolta auto imprenditoriale e ovviamente i ben noti favoritismi, nepotismi e raccomandazioni che privilegiano i “figli di” invece che i veri talenti.

Il trasferimento in sé in centri di cultura e lavoro esteri non è un fattore negativo; lo sviluppo socioeconomico e culturale oggigiorno è fortemente globalizzato, e i grandi centri di ricerca attirano studiosi da tutto il mondo. Il problema sorge quando il rapporto tra il numero di studiosi che lascia il Paese e quelli che vi ritornano è negativo – ovvero, quando è maggiore il numero di trasferimenti rispetto ai ritorni.

Il governo italiano si è recentemente accorto della grave perdita cui la penisola va incontro, e ha disposto gli “Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia,” proposti da Enrico Letta (Pd) e Stefano Saglia (Pdl), per incentivare i cittadini italiani under 40, con residenza all’estero da almeno 2 anni, a tornare in Italia per intraprendere un lavoro autonomo, un’attività, o semplicemente per essere assunti come dipendenti.

Data l’attuale situazione universitaria però, c’è da chiedersi se il rientro dei nostri professionisti bilancerà il numero d’uscite di giovani ricercatori e neolaureati, scoraggiati e senza prospettive, attratti invece dalle maggiori opportunità lavorative, dalle borse di studio più alte e da più interessanti prospettive di inserimento professionale che l’estero offre.

Marilena Grattacaso

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