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4 agosto 2010

Primo passo verso la riforma dell’Università: il ddl Gelmini passa all’esame del Senato

E’ iniziato con il voto al Senato l’iter parlamentare per l’approvazione del disegno di legge Gelmini sulla riforma universitaria. Giovedì 29 Luglio il testo, costituito da 22 articoli e oltre 400 emendamenti, è passato all’esame del Senato. Ora rimane solo lo scoglio della Camera, in verità non proibitivo, perchè la tanto discussa riforma universitaria diventi concreta realtà.

Il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, che nelle settimane precedenti aveva stigmatizzato le proteste dei docenti definendole “indecorose perché rischiano di danneggiare gli studenti”, ha espresso in Aula “grande soddisfazione per l’approvazione del ddl”, definendolo “un evento epocale che rivoluziona i nostri atenei e che permette all’Italia di tornare a sperare”.

Il testo finale presentato a Palazzo Madama, infatti, presenta piccole modifiche frutto dell’acceso confronto politico a cui ha dato vita questo ddl, le quali tuttavia non hanno toccato i punti essenziali fortemente voluti dal ministro e di fatto non hanno intaccato la sostanza del ddl, sia nei suoi punti forti che nelle sue debolezze.

Sin dal suo insediamento il ministro Gelmini si è fatta portatrice dei valori della riduzione delle spese; del miglioramento delle offerte formative; della lotta alle baronie che in molti atenei, è inutile negarlo, tengono in ostaggio il progresso del sistema universitario italiano, per lo meno locale; di un rinnovamento del sistema nel suo complesso basato sulla meritocrazia, parola troppo spesso sconosciuta nel nostro Paese. Tuttavia la classe politica ci ha spesso abituati a evidenti discrepanze tra le teorizzazioni, piene di buone intenzioni, e i provvedimenti realmente attuati.

Tra le novità più importanti previste dal ddl definitivo, l’introduzione di un limite temporale, di sei anni, che avranno i ricercatori per riuscire a fare propria l’abilitazione all’insegnamento come associati. In caso contrario, non potranno più continuare l’attività accademica. Il che per gli attuali ventimila precari rischia di essere una vera e propria mannaia immediata.

A guardar bene la riforma presenta anche emendamenti che, se ben applicati, possono aiutare a migliorare il rapporto tra spesa e offerta formativa: un emendamento proposto dal senatore Ignazio Marino prevede una procedura secondo la quale ad esaminare i progetti, i siano dei comitati composti per almeno un terzo da professionisti che lavorano all’estero, così da garantire l’obiettività del giudizio.

Per quanto riguarda i docenti ordinari e associati il testo prevede un controllo più rigido sulle attività didattiche, che in caso di relazioni negative comporterà un conseguente blocco del previsto aumento dello stipendio. Inoltre per la prima volta i professori ordinari saranno chiamati a svolgere attività formativa per almeno 1500 ore nell’anno solare – di cui 350 di didattica – nel caso di quelli con contratto a tempo pieno; per i docenti accademici inquadrati a tempo determinato, le ore di attività previste diventeranno 750, di cui 250 spese per la didattica.

Particolarmente degni di nota risultano i provvedimenti riguardanti le cariche dei rettori e i concorsi. Così come i ricercatori anche i rettori avranno cariche a tempo: un massimo di otto anni che si traducono nella possibilità di non poter andare oltre il secondo mandato. I concorsi nelle intenzioni dei realizzatori del ddl, diventeranno “meno pilotati dai baroni”. Le selezioni saranno affidate a una commissione composta da quattro docenti ordinari estratti a sorte. Più rilevanza verrà data, rispetto ad oggi, alla produzione da parte dei candidati di pubblicazioni, esperienze internazionali, didattica svolta: a verificarne la rilevanza sarà una commissione ad hoc che potrà “acquisire pareri scritti pro veritate sull’attività scientifica dei candidati da parte di esperti revisori in possesso delle caratteristiche”.

In questo quadro di emendamenti, anche positivi, non si può però prescindere dagli ingenti tagli al personale e ai fondi pubblici destinati alle università, previsti dall’azione incrociata della riforma e dalla manovra economica, che rischiano solamente di affossare il sistema universitario e di modificarne radicalmente i connotati. Perché se è vero che l’Università italiana ha bisogno di un profondo cambiamento, che ne riveda l’essenza più intima, è altrettanto vero che esso deve essere attuato nell’ottica di un rilancio dinamico nel contesto internazionale. Perché non si dimentichi che la posta in gioco è il futuro dell’intera nazione.

Arturo Catenacci

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