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19 dicembre 2010

Il Natale: alle origini di un mito

Un passo indietro. A volte è necessario. Altre invece, semplicemente fondamentale. Serve a non perdersi e ad osservare con più attenzione fenomeni e situazioni, che altrimenti perderebbero tutta la loro riconosciuta onorabilità e liturgica importanza.
E’ questo il caso del Natale, festa ormai sempre più lontana dalla sacralità della comunione con gli altri e sempre più isolata nel vacuo culto di noi stessi. Infatti, ogni Santo Natale non perdiamo occasione di gratificarci con qualche ninnolo per riempire quel primitivo senso di vuoto che ci spinge a guardare le vetrine quasi come se quelle epifanie sapientemente esposte, potessero abbellire quell’orizzonte vuoto che è (apparentemente) la nostra vita.

Ad una settimana dal fatidico evento, prima che fiumi di prosecco (lo champagne costa troppo), inondino i nostri esofagi e ci facciano perdere ogni barlume di lucidità, mi sembra importante attivare la macchina del tempo che è dentro di me (tranquilli l’avete anche voi), e raccontarvi le origini di questa solennità che combacia con la nascita di Cristo (Natalis Domini), fissata dopo molte incertezze e variazioni, al 25 dicembre (giorno dedicato dai Romani all’adorazione del sole: “dies natalis invicti solis” , fu celebrata, fin verso la metà del V secolo, in forme diverse secondo le diverse culture e credenze. In quel secolo, la celebrazione liturgica della Natività, iniziata, secondo il Duchesne, a Roma verso il 335 -336 nella basilica liberiana dell’Esquilino (Santa Maria Maggiore), divenne manifestazione comune a tutta la Chiesa e solo nell’XI secolo avrà luogo il primo tentativo di drammatizzare il rito (San Marziale di Limoges, in Francia; Cattedrale di Frisinga in Germania) e molto più tardi apparirà la produzione di drammi autonomi, del tutto staccati dalla liturgia.

L’ampliamento del rito avviene in conformità a quanto si determinò con l’introduzione del famoso tropo pasquale “Quem quaeritis” ?; nel tropo natalizio. Il versetto dialogato, avente lo stesso andamento di quello pasquale e pronunciato dalle obstetricies, esplodeva nella pienezza lirica per la gioia che sarebbe derivata ai fedeli all’annuncio della nascita del Redentore: elemento essenziale della scena, i pastori. Più tardi dall’Ufficio del Natale si passò a quello dell’Epifania e, infine, ci si richiamò a episodi della Bibbia.
Una celebrazione, quindi, diversa nei modi e legata alle varie culture e ai diversi costumi, seppur fermo restava il rito della Chiesa; a Padova, per esempio, la celebrazione si compiva davanti a una tela coperta da un panno, che veniva tolto quando le obstetricies esclamavano: “Adest hic parvulus” ( ed ecco apparire la Vergine e il Bambino); a Venezia, la festa della Natività coincideva con quella di San Marco (la Vergine e il Bambino portati in processione su tavole festosamente addobbate). Così, nella penisola iberica, s’incomincia a Gerona, con la Repraesentatio partus B. Virginis (produzione già autonoma rispetto alla liturgia), per passare alle rappresentazioni post – liturgiche (Mascarò del XIV secolo) e arrivare, attraverso l’opera di H. Lòpez de Yanguas, a includere la festa nella celebrazione dell’Eucarestia.

Staccato interamente dal rito, è, in Germania, un dramma avente per tema le profezie e i profeti, in un testo di Benediktbeuern: opera verseggiata e musicata da anonimo, e di particolare valore artistico; di riscontro, il Natale in Gran Bretagna era celebrato con testi ispirati a San Giorgio (rappresentazioni ove appare sempre un eroe ucciso dai draghi e resuscitato per volere di Dio) quando non trova, come nella Masque of Christmas di Ben Jonson, personaggi pagani, quali Venere, Cupido ecc.
Ma il Natale, contemporaneamente alle manifestazioni liturgiche, alle Laudi, e alle Sacre Rappresentazioni, ha la sua alta celebrazione tuttora viva e suggestiva, nel Presepe.

Concepito come rievocazione della nascita di Gesù, il presepe si fa risalire a San Francesco che nel 1223 allestì a Greccio, sulle colline intorno a Rieti, in un ambiente naturale, una sacra rappresentazione. Francescani prima, domenicani e gesuiti poi, diedero in seguito impulso alla costruzione di presepi sia stabili (in Italia il più antico è considerato quello di Arnolfo di Cambio, modellato intorno al 1280 e conservato, almeno in parte, nella basilica di Santa Maria Maggiore), sia mobili. D’altra parte i materiali, molto fragili (legno, terracotta), con cui erano costruiti i presepi, ne hanno impedita la conservazione e solo tra la fine del XV secolo e i primi del XVI secolo si cominciano a trovare le prime tracce di presepi veri e propri. Notevoli esempi di presepi del periodo rinascimentale sono quelli in legno di San Giovanni a Carbonara a Napoli (1484), di G. e P. Alemanno, e quelli di G. Ferrari a Varallo (Santa Maria delle Grazie) e a Varese (Sacro Monte).

Agli inizi del XVI secolo, per iniziativa di San Gaetano di Thiène (sì proprio il mio santo considerato l’ideatore dei presepi popolari), si diffuse l’uso di ampliare la rappresentazione inserendovi personaggi secondari. Famosi sotto il profilo artistico soprattutto i presepi del XVII – XVIII secolo la cui tradizione si sviluppò a Roma (Santa Maria in Aracoeli), a Genova, in Sicilia e soprattutto a Napoli, dove nelle chiese e nelle cappelle gentilizie furono create spettacolari composizioni.
I presepi napoletani si distinguono per il minuzioso particolarismo delle statuine e degli oggetti e per il ricchissimo apparato scenografico, dove alle figure essenziali (Madonna, Bambino, San Giuseppe) si aggiunse tutta una folla di figure, animali, di situazioni, elementi paesistici ecc.
Agli artisti più noti (Celebrano, Somma, Sammartino, Vaccaro a Napoli; Maragliano, Pittaluga a Genova; Matera in Sicilia) si affiancò una schiera di artigiani per l’esecuzione delle figure, per lo più intagliate in legno con teste, mani e piedi in terracotta e delle ricchissime suppellettili (vestiti, gioielli, arredi, finimenti ecc).
Purtroppo, questi presepi sono oggi dispersi o distrutti; soltanto alcuni esemplari o parti di essi, sono stati ricostruiti: famose le collezioni del museo di San Martino a Napoli, della Reggia di Caserta, della Galleria di Palazzo Rosso a Genova e… quello di casa mia …! Appena lo avremo finito…!

Gaetano Santandrea

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