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13 dicembre 2010

Il silenzio che uccide

La criminalità organizzata ha alzato il tiro. Le ‘ndrine hanno colpito, difatti, il cuore delle istituzioni, piazzando una bomba sotto l’abitazione del giudice Di Landro, dimostrando di poter colpire il cuore pulsante dello Stato e di aver raggiunto una notevole forza d’urto. Come ha rilevato Nicola Gratteri, magistrato in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta, la malavita calabrese è divenuta una delle più potenti organizzazioni criminali al mondo; non è più, una mafia di provincia con arcaici metodi, ma è divenuta, piuttosto, una “super potenza” capace di fatturare quarantaquattro miliardi all’anno e di esercitare il dominio su vasti settori della società. Perché ciò è accaduto? Le ragioni sono molteplici: non sono sociologo né tanto meno esperto nel settore, tuttavia a tal proposito come cittadino calabrese qualche considerazione a riguardo desidererei farla. Ad incidere sullo sviluppo esponenziale della ‘ndrangheta ha contribuito il silenzio. Silenzio che si è manifestato in varie forme. Innanzitutto, per anni, il fenomeno è stato sottovalutato. Erano gli anni in cui la Mafia siciliana aveva un ruolo primario nel panorama criminale mondiale e la ndrangheta era ferma ad un sistema ottocentesco fondato sul terrore, sui sequestri, sulle rendite derivate dallo sfruttamento delle risorse agricole del territorio e su una primordiale forma di estorsione.

I sequestri furono una chiave di volta importante. Attraverso di essi, le famiglie calabresi acquisivano il denaro necessario per intraprendere affari nel campo della droga. Col passare del tempo nel silenzio, nel totale disinteressamento della politica e dello Stato, la malapianta ha messo solide radici nel territorio calabrese e oggi i mafiosi calabresi sono i principali referenti dei narcotrafficanti. Un altro fattore chiave è stato la totale assenza dello Stato che ha lasciato il Sud e quindi la Calabria, in una situazione di grave abbandono e degrado; laddove non si registra una forte presenza delle istituzioni legali, la criminalità prolifera e assume il controllo totale del territorio, poiché il potere mafioso non si esprime solo sul piano economico ma, soprattutto, attraverso il consenso sociale, ossia l’esercizio del potere su una determinata area di influenza. Non vi è stata solo superficialità nel contrasto nella lotta alla ‘ndrangheta, ma anche una sorta di tacito assenso, da parte di faccendieri (molti dei quali sono ancor oggi presenti), di avventurieri della politica che attraverso il voto di scambio, la corruzione e l’aiuto politico, hanno favorito le cosche ricevendo favori e arricchendosi alle spalle della gente onesta.

Sono gli stessi uomini che, quando qualcuno muore, o subisce intimidazioni, sfilano in prima fila, condannando pubblicamente i gesti di violenza e il sistema mafioso. Chiuse le telecamere, però, stringono le mani sporche di sangue, sorridendo al boss di turno. Qualche volta sono coinvolti anche prelati ed ecclesiastici che dovrebbero essere i primi a dare l’esempio. In sostanza la politica spesso mette in campo strumenti inefficaci, si mostra incapace, nel migliore dei casi, di arginare l’avanzamento del crimine organizzato; spesso diviene complice di efferati delitti e spregiudicati patti sanguinari, in nome dell’interesse economico. Questo è solo un drammatico aspetto della spinosa questione.

La società civile ha, infatti, precise responsabilità. Molto spesso accade che una parte della comunità si dimostri ben disposta verso i “signorotti locali” e non manifesti ostilità verso chi offende la dignità umana, negando il diritto di esistere e di esprimersi liberamente. Si considera il gangster di turno come l’uomo della Provvidenza, il riparatore dei torti, colui che dà lavoro, garantisce sicurezza alla popolazione. Ad osservare bene le dinamiche sociali spesso è cosi. Lo ‘ndranghetista di turno dà lavoro in cambio di appoggio incondizionato alle sue attività, offre dunque l’illusione di risolvere il problema, riducendo cosi il malcapitato di turno ad un’odiosa schiavitù, psicologica e fisica. Oltre alle connivenze di imprenditori e vasti settori della società si registra anche un diffuso sentimento di indifferenza, di sfiducia nell’apparato statale misto a rassegnazione cui si accompgna un disprezzo per le legalità, si preferisce guardare altrove, chiudere gli occhi di fronte all’orrore, considerando ciò che accade come qualcosa che non riguarda il destino del singolo, ci si rifugia cioè nel silenzio che uccide.

Un silenzio di piombo, una coltre che cala sul deserto dei valori e fa emergere la melma soffocante, si assiste a un suicidio collettivo, a un lento declino di cui non ci si sente responsabili ma, parafrasando un celebre verso della Canzone del Maggio, tradotta e riadattata da De Andrè verrebbe da dire “Per quanto vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Perché non è necessario, essere affiliati, uomini d’onore per essere complici della ‘ndrangheta, anche quando si tace, quando sommessamente si plaude alle gesta di efferati assassini senza scrupoli, quando si guarda al modello mafioso come a un modello positivo si è complici. Indubbiamente le persone oneste ci sono. Uomini e donne che combattono costantemente contro un sistema asfittico e tribale in cui trionfa il richiamo del sangue, gente per bene che spesso viene però lasciata sola al proprio destino. Le soluzioni alla piaga della criminalità, sono soluzioni complesse, richiedono tempi lunghi e modalità differenti di affrontare il problema.

Chi ha in mano la risposta pecca di presunzione; tuttavia, qualcosa si può cominciare a fare, basterebbe che ciascuno di noi svolgesse a pieno il ruolo di cittadino rivendicando i diritti, lottando contro i soprusi e facendo quotidianamente il proprio dovere, riconquistando la dignità che da qualche tempo abbiamo perso, chiedendo il conto a quei politici collusi, riconquistando con la parola e la civiltà, lo spazio della cosa pubblica. Sarebbe forse una piccola goccia nell’oceano, ma sono le gocce a fare il mare.

Vincenzo Amone

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