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2 dicembre 2010

Muore Mario Monicelli

“La vera felicità è la pace con se stessi. E per averla non bisogna tradire la propria natura.”

E’ con questo elogio alla vita che Mario Monicelli mette fine alla propria.

Ricoverato ormai da qualche giorno all’Ospedale S. Giovanni di Roma, presso il reparto urologia, alle ore 21.00 del 29 novembre, il regista decide di far calare il sipario sulla sua commedia umana. Ma decide di farlo a modo suo, come sempre nella vita ha affrontato gli eventi.

“Il bello della “zingarata” è proprio questo: la libertà, l’estro, il desiderio. Come l’amore: nasce quando nasce e quando non c’è più è inutile insistere, non c’è più.”

E’ sempre stata questa la sua filosofia di vita: spontanea, mordace e vera.
E sembra riecheggiare proprio in questo suo ultimo gesto, forse, per molti, estremo, ma più che coerente con la sua morale. In questa scelta lucida, sta la consapevolezza e la piena realizzazione che Monicelli nutriva nei confonti di se stesso e della propria vita.

“Sono fiero di me stesso. Ho ottenuto tutto ciò che potevo desiderare, adesso la morte altro non è che un semplice coronamento della vita” ha dichiarato qualche anno fa per un’intervista in tv.

Monicelli è più che un regista; Monicelli è cinema, Monicelli è filosofia, Monicelli è politica, è sociologia, è storia, è psicologia. Monicelli è vita, nella sua forma più pura. Ed è proprio in qualità di grande stimatore di questa che ha deciso di morire alle sue condizioni.

Tutto in natura ha un’essenza lirica, un destino tragico che si compie attraverso un esistenza comica. Il pregio di questo grande uomo è stato saper trovare un equilibrio tra queste due parti, assecondando bene questa amarezza che affiora, nonostante la continua fuga nello scherzo.

Il saper ridere delle proprie disgrazie, avere la forza di esorcizzare l’orrore che ci circonda, affrontandolo con una goliardia smodata. Sono questi i pregi che il regista ha visto nel proprio popolo e che ha voluto esaltare, nonostante l’Italia fosse piegata in due dai postumi del secondo conflitto mondiale.

Grazie alla sua visione scanzonata e burlesque dell’italiano medio, si è aperto un nuovo modo di guardare all’Italia. Non lo sguardo serioso e devastato del, seppur pregevole, neorealismo. Bensì uno sguardo più semplice, meno altisonante, ancor più “dal basso”, che si fa carico per intero del popolo italiano, positivo ed insieme negativo che sia.

Il suo alterego rivive nella sobrietà di tutti i personaggi de I soliti ignoti (1958), nella cialtroneria bonaria di Oreste Jacovacci e Giovanni Busacca (La grande guerra, 1959), nell’estro di Brancaleone (L’armata Brancaleone, 1966), nel gigionismo e nella puerilità amare di Amici miei (1975), così come nell’irritante spocchia de Il Marchese del Grillo (1981).

E adesso è per lui arrivato finalmente il momento di prendere parte alla più grande zingarata, insieme agli amici di sempre: Tognazzi, Gassman, Sordi, Fellini, De Laurentiis, Steno. Oggi si chiude veramente un capitolo intitolato “Antani, come se fosse Antani, anche per il direttore, la supercazzola con scappellamento!”

Serena Calabrese

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