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4 febbraio 2011

Una chimera per tutte le stagioni:costruire il bene comune partendo dai giovani in Italia è ancora possibile?

Ormai è chiaro: in Italia nessuno dice quello che pensa e ancor meno pensa a quello che dice. La cosa, per quanto aberrante, se in via telefonica è ormai la norma, (alla faccia dei rischi), dal vivo non è accettabile. Come avrete potuto intuire per me, le parole sono importanti e meritano rispetto. Molti si sono dannati l’anima per esse. Pochi le hanno redente. Pochissimi le capiscono. Tantissimi continuano a svuotarle di significato.

Chi afferma sicuro: “la colpa è di Moccia” non ha capito nulla. Faccia penitenza, si pulisca il volto con il mocho Vileda e stia zitto. Qualcuno potrebbe obiettare: ma non si riescono a fermare i pedofili, gli stupratori, gli assassini cosa te ne importa della lingua?

Risposta: Tanto, molto. Senza la lingua, armadio in continuo rinnovamento, la nostra anima, il cervello e i pensieri da esso partoriti, non avrebbero voce.
Il problema è proprio questo: noi giovani non abbiamo voce. Se l’avessimo sapremmo dare un nome alle nostre disgrazie senza aspettare le provocazioni settimanali della coppia d’oro SantoroTravaglio.

I due, nel ruolo dei fustigatori sono bravi, ma non bastano.

Arrigo Sacchi afferma da sempre che uno dei mali del calcio italiano nei confronti del resto d’Europa, è quello di non saper coniugare in maniera efficace la nostra mentalità marcatamente difensiva con quella offensiva.
In campo linguistico avviene esattamente il contrario. Purtroppo non ci sono Nesta e Cannavaro in giro nel mondo della parola. Solo vecchi tromboni che non suonano più.

Così senza una solida retroguardia le parole sono esposte ad attacchi d’ogni tipo generando una violenza di cui nessuno parla. Ne tantomeno s’accorge. Una delle parole più violentate, è la parola bene. Una volta sigillo immortale di mitici amori, oggi appendice di stiracchiate conoscenze, la parola bene ha perso per sempre il suo fascino.

La questione si complica, quando la parola bene, entra in contatto con la politica e si accoppia birbona, con comune. Badate bene: non con qualche procace segretaria dell’importante plesso sociale utile a trasformare un’accozzaglia di casupole in un punto di riferimento per tutti i cittadini ma proprio con la parola comune.

L’idea fa pensare ad una ristretta cerchia di persone sedute attorno ad un tavolo, le quali, tra un convenevole e l’altro, si preoccupano del futuro del Paese.
Poi leggo che Piero Marrazzo (un mito per mia madre), brigava da matti per andare a letto con una trans e non capisco più nulla.

A pensarci bene, la cosa non doveva sorprendermi: del resto se non s’arrazzava lui chi altro doveva arrazzarsi?
Eppure dopo una flebile risata ed un pensiero alla sua famiglia, non riesco a capire.
Provo a far chiarezza dentro di me e mi chiedo: cosa c’entra questo con il bene comune? Cosa c’entra con il bene?

La parola bene è un lemma speciale a cui per una serie di motivi da un po’ di tempo a questa parte, associo un significato particolare.
In tutta onestà, posso dire di non averla conosciuta subito. E’ una di quelle parole, cui ho dovuto abituarmi un po’ alla volta. Come il telefonino e l’email.
Molto bene e qualche amore dopo, posso dirlo con certezza: il bene è una cosa straordinaria, può trasformare le cose, renderle migliori, facendole acquisire un valore indecifrabile.

Ma la domanda è: questa società sa guardare al bene? Perdipiù comune? No, mi sembra di no. Sono nato negli anni 80. Anni difficili nei quali la società italiana già segnata in profondità da molti problemi, nella sua educazione al rispetto delle leggi è stata attraversata da un vasto processo di corruzione, in cui fini nobili e meno nobili si sono mescolati in un intreccio indissolubile; la tangente come necessario ma sempre illegale contributo alla crescita e al rafforzamento dell’economia di partito si è mescolata con la spregiudicatezza di molti, i quali, dietro artificiosi emblemi di partito hanno intascato e rubato per proprio vantaggio.

Questa dilagante illegalità di vertice che “Mani Pulite” ha avuto l’indiscusso merito di smascherare, ha lasciato proliferare l’idea che fosse lecito, rubacchiare l’invalidità civile per sopravvivere, cercare l’iscrizione alla lista dei braccianti agricoli, acquistare il posto di lavoro, comprarsi diplomi e lauree, vendersi l’anima per disporre dei contributi CEE, affermare di investire sull’agricoltura, per poi fare altro, scendere a patti con le frange più violente del tifo organizzato per poter avere lo stadio pieno e condizionare negativamente la gara degli avversari ecc ecc.
Questo deprecabile stato di cose, questa perdita del senso dello Stato e della legalità, ha reso difficile la vita ai giovani i quali vivono con profondo disagio questa fase importante della vita il quale a causa delle molte luci spente lungo il sentiero, diventa come un lungo tunnel di cui è difficile vedere la fine.

Infatti, essere giovani in Calabria è come portare avanti un rapporto con una donna: molto difficile se non ci sono solide basi. Essere un giovane in Calabria e in Italia è una sfida. Una sfida che il giovane non accetta subito. Vi è in lui di primo acchito la tentazione quasi spasmodica di fuggire dalle proprie responsabilità cercando altre vie d’uscita. Quasi sempre negative e autodistruttive.

Molti si lasciano vincere dal complesso d’inferiorità, abbandonandosi alla disperazione più cupa. Altri, reagiscono abbandonando la scuola, primaria cellula di confronto e scambio culturale. Altri ancora, gettandosi nell’alcool e nella droga. Altri, più creativi, nella contestazione a prescindere. A non dire della delinquenza minorile (in costante aumento), e altre sciccherie con cui essi tentano di rovesciare il loro malcontento e la loro sfiducia verso qualcosa (lo Stato) da cui si sentono traditi e non li riscatterà mai.

Forti di queste convinzioni essi s’isolano nel loro cantuccio privato sognando (confortati dalla cattiva informazione e da qualche demagogo), astruse separazioni e antichi egoismi. Un egoismo che distrugge qualsiasi anelito democratico.
Perché questa fuga?

Troppe delusioni nuocciono gravemente alla salute dei giovani. Una classe politica che ha trattato generazioni e generazioni di giovani come dei vuoti a perdere non poteva d’altronde, aspettarsi altro. Ma nonostante questo, noi giovani,non possiamo risolvere il problema facendoci schiacciare dalla negatività. Malgrado il buio incombente, dobbiamo avere il coraggio di accendere la luce e partire dalle nostre disgrazie, dalle nostre sfortune, per costruire la nostra fortuna e dare linfa alla nostra speranza.

Un primo antidoto a questa situazione, è sviluppare una nuova coscienza civile, che tenga conto di nuove consapevolezze pronte ad agire. Quello che è accaduto in questi ultimi tempi, ha instillato dentro di noi una specie d’impotenza, una sorta d’assuefazione al pericolo, al sopruso e alla sopraffazione e la concreta sensazione di non valere nulla.

Questo vale sia per noi ragazzi nati negli anni Ottanta, che per quelli che gli anni Ottanta li hanno visti solo di sfuggita e si devono accontentare di quel che resta.
Per uscire dal buio i giovani devono tornare a credere nelle loro potenzialità, devono acquisire una grande considerazione di se stessi e del loro valore. Devono tornare a scommettere su loro stessi e sulle loro possibilità. In modo che non sia più possibile ad una società asfissiante ipnotizzare le loro / nostre menti.

Rubare i nostri sogni e gettarli lontano. Con coraggio e senza paura dobbiamo cercare un equilibrio. Solo l’equilibrio potrà darci la misura del nostro valore. Quell’equilibrio e quella serenità di giudizio che deve scaturire dalla presenza di un’università che deve uscire dall’ambiguità del 3 + 2. Non dobbiamo avere paura dei nostri pensieri, non dobbiamo avere paura dei nostri simili. Di qualunque colore ed estrazione essi siano. Tutti hanno il diritto/ dovere di partecipare al cambiamento, di collaborare attivamente per costruire il bene comune.

Il coraggio, la determinazione di ognuno verso il raggiungimento di questo scopo sono le uniche armi disponibili per affermare concretamente il nostro valore. Per dare lustro ai sacrifici di chi è morto e di chi lotta lontano dalle luci della ribalta.
Un altro passo importante verso il raggiungimento del bene comune e quello di costruire un economia di gruppo che dia a tutti la possibilità di partecipare e contribuire alla nascita (o se preferite), la rinascita di uno spirito democratico che diventi motivo di crescita.

In passato ci siamo spesso divisi sulle strategie da adottare per raggiungere il bene comune. Su chi aveva ragione o torto. Eppure esistono tanti organismi che possono essere basi importanti da cui lanciare messaggi importanti e iniziare a costruire un fronte organico di dialogo: la Chiesa, la Stampa, la Scuola, i Sindacati e le Associazioni. Platone nella Repubblica scriveva: “ il coraggio è una specie di salvezza”. Aveva ragione. E’ ora quindi, d’essere coraggiosi e onesti ed essere chiari: queste istituzioni non sempre hanno lavorato nell’interesse del bene comune.

La chiesa si è preoccupata di decorare le pareti piuttosto che inondare le nostre anime di speranza attestandosi su posizioni discutibili e retrograde. Troppi organi d’informazione (tranne qualche lodevole eccezione), hanno declinato il dovere di documentare e promuovere il cambiamento sociale abbandonandosi altresì al sensazionalismo forzato e agli sghiribizzi degli indici d’ascolto. I sindacati invece di difendere i diritti di classi lavoratrici pericolanti, si sono appiattiti e arresi in un ambiguo atteggiamento di compromesso.

La scuola ha abdicato al suo ruolo edificante di forgiare autostima scaricando il gravoso compito su famiglie impaurite e indifese; per non parlare dello Stato che taglia i fondi per l’Istruzione facendo diventare la scuola un corridoio dove si accalcano le valigie di chi dovrà circumnavigare il globo terrestre per realizzare i propri sogni. Il che intendiamoci: è positivo perché significa che l’Italia culturalmente è ancora valida, ma fino a qual punto se non mette le proprie risorse nelle condizioni di fare?

Le sconfitte del presente, tuttavia, non devono oscurare il processo di cambiamento attuabile in futuro. Ma anzi devono servire alle Istituzioni sopraccitate, a riscoprire la loro missione educativa.

Se tutte queste Istituzioni cooperano insieme sono certo si possa cominciare un costruttivo programma di riforme utili al miglioramento delle condizioni di vita di tutti.
Dato che l’illegalità nasce dalla sfiducia e dall’assenza di speranza, i genitori nonostante le grandi difficoltà economiche in cui sono costretti ad assolvere i loro doveri, devono dare ai loro figli l’amore, l’attenzione e quel senso di appartenenza di cui una società soffocante li priva.

Per combattere l’illegalità è necessario agire subito con riforme che aiutino l’essere umano a ritrovare l’identità perduta dandogli quella stabilità che gli faccia guardare il futuro non già come una minaccia ma come a una promessa. E noi tutti dobbiamo adoperarci perché possa essere così.

Per fare questo però, occorre partire da quello che abbiamo già. Non dobbiamo aspettare le elezioni per dare i nostri contributi. Individuali o collettivi che siano. Dobbiamo provare, provare e provare. Ancora. Oggi. Sempre. Anche se le dinamiche oggi in atto fanno propendere per un disimpegno dalla vita politica.

In Calabria ci sono molti giovani i quali, si sono trovati molte porte chiuse davanti, e brucianti delusioni dentro che gli hanno fatto perdere qualsiasi stimolo. Questi ultimi, devono essere reinseriti nel meccanismo produttivo sfruttando al meglio le loro capacità. Partendo dalla capacità di tutti potremo arrivare al bene comune.
Nel prossimo futuro non dobbiamo considerare retrogrado o anacronistico parlare di giustizia, liberta, uguaglianza.

La sproporzione tra ricchi e poveri, l’indigenza dilagante, la paralisi educativa, la pochezza d’interventi volti al benessere della comunità c’impongono nuove sfide.
Sfide che dovranno essere affrontate con la consapevolezza che è necessaria una ristrutturazione dell’architettura della società italiana. Per evitare di divenire l’Africa d’Europa. Per il bene nostro e di quelli che seguiranno, bisogna costruire una nuova scala di valori. La nostra economia deve concentrarsi sul valore delle persone e non sulla logica del profitto.

Il nostro governo deve interrogarsi sulla propria moralità non lasciarsi andare allo sperpero delle risorse pubbliche. A noi giovani con la collaborazione di chi ha più esperienza di noi tocca scrivere un nuovo capitolo della nostra storia. Rifarci una reputazione in qualche caso. Troppe semplificazioni ci hanno fatto andare sul lettino dello psicanalista. E ora che chi può, getti la maschera! In fondo siamo migliori di quel che pensiamo se ci proviamo e crediamo. I seminari approntati con il prode Luca e le conferenze organizzate con tutti voi cari ragazzi, dimostrano proprio questo.

Non siamo quei giovani che si accontentano d’integrare se stessi e i propri coetanei nei precari valori della società contemporanea. Non quelli che fanno opposizione gratuita e fine a se stessa. Siamo quei dissenzienti creativi che chiameranno la nostra Patria ad un destino più alto, ad un nuovo grado di solidarietà e comprensione, ad una più alta espressione d’umanità.

Credo che siamo abbastanza forti da farlo. Abbiamo sofferto. Ci siamo sentiti abbandonati. Abbiamo imparato a nostre spese, cosa accade quando una società perde ogni contatto con le proprie radici culturali. Siamo in ’inverno. Fa freddo. L’unico modo che conosco per batterlo è darsi da fare. Tutti. Insieme. Per poter accogliere l’anno che verrà e le stagioni che seguiranno nel migliore dei modi.
Se avrete poltrito pigri sul divano per tutto il tempo non preoccupatevi: c’è un Viagra pure per voi.

La primavera. La stagione infernale e magnifica in cui sono nato io. La stagione in cui i sensi si risvegliano e si aprono al nuovo. Scoprono l’amore. Accenderci d’amore. Questo infine è il nostro compito. Noi dobbiamo invaghirci della legalità, innamorarci della giustizia. Dobbiamo essere quei giovani che cercano quotidianamente di impregnare le proprie azioni di ideali elevati e nobili. Scegliendo questa strada di cooperazione e condivisione sfideremo la classe dirigente, gli intellettuali, gli economisti ad affrontare i problemi della Calabria e del Paese in modo vasto, sereno ed equilibrato.

Questa è la sfida principale. Se cercheremo di affrontarla con la dovuta onestà ed umiltà quanti verranno dopo di noi potranno dire che è vissuto un popolo il quale nonostante tutte le ingiustizie e le privazioni vissute, con tenacia ed impegno creativo è riuscito comunque ad irrorare nuovi significati alla vita italiana.

Gaetano Santandrea

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