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14 giugno 2011

Il futuro negato

I giovani precari diventeranno anziani bisognosi” il peggio sta arrivando dobbiamo solo prepararci a contrastarlo ma come?

Non avrei mai pensato che un giorno tutto questo mi potesse toccare da vicino, e pensare che quand’ero piccola immaginavo che una volta finita l’università potessi entrare nel mondo del lavoro in un batter d’occhio e sposarmi, poco dopo, con l’uomo della mia vita che avrei conosciuto all’università, ma non è stato cosi.

L’università l’ho finita (anche se in parte dato che mi manca la specialistica), l’amore della mia vita l’ho trovato dove avevo immaginato da piccola ma trovare il lavoro in un batter d’occhio quello no, purtroppo.
In questi mesi fortunatamente ho lavorato ma a luglio tutto finirà è poi?

Cosa mi dovrò aspettare?

Purtroppo non mi potrò aspettare nulla dovrò solo rimboccarmi le maniche e vedere cosa fare, trovare qualche lavoretto per garantirmi una piccola indipendenza economica e decidere se continuare o meno l’università iscrivendomi alla specialistica e concludere così il mio percorso di studi anche se non mi sento per niente motivata dato che quell’articolo non ha fatto altro che buttarmi ancora più a terra di quanto non lo fossi già.

Il precariato, ormai, sta dilagando e la nostra generazione ne sta risentendo davvero tanto.
Stando a quanto affermato da Galasso, direttore del Centro Dondena Bocconi di ricerca sulle dinamiche sociali, infatti, su 10 persone 3 riescono a trovare un lavoro a tempo indeterminato mentre le altre 7 persone sono costrette, purtroppo, ad entrare in una delle oltre quaranta tipologie di contratto a tempo determinato esistenti.

E passare da un contratto a tempo determinato a uno a tempo indeterminato -si legge- non è semplice: ogni anno riesce solo a poco più del 10% di giovani. Si rimane dunque a lungo in questo limbo, con un salario in media inferiore del 25% a quello dei più fortunati, senza sussidi di disoccupazione e con un percorso lavorativo accidentato, fatto anche di disoccupazione, magari accompagnata dal ritorno a casa dei genitori”.

Tutto questo ovviamente non fa altro che continuare a gravare sul nostro futuro e non solo quello lavorativo ma anche quello pensionistico infatti saremo costretti ad andare in pensione molto più tardi rispetto ai nostri genitori per poterci assicurare almeno una pensione adeguata che non ci costringa, alla fine del mese, a fare i salti mortali.

Nell’articolo il direttore Galasso per avere un’idea dell’impatto del precariato di oggi sulle pensioni di domani, considerale carriere lavorative di due ipotetici giovani: Lorenzo e Pierpaolo.

“Lorenzo è un ragazzo fortunato: inizia a lavorare a 25 anni con un contratto a tempo indeterminato e uno salario mensile di 1.000 euro. Alla fine della sua carriera lavorativa, il suo salario reale supera i 2.000 euro. Se decidesse di andare in pensione a 60 anni, otterrebbe un beneficio previdenziale mensile reale compreso tra i 1.023 e 1.112 euro, con un tasso di sostituzione (il rapporto tra pensione e salario pre-pensionamento) attorno al 55%. Ma, ritardando a 67 anni l’uscita dal mercato del lavoro, la sua pensione reale mensile oscillerebbe attorno ai 1.600 euro, con un tasso di sostituzione dell’80%. Con 42 anni di contributi, Lorenzo otterrebbe dunque lo stesso trattamento previdenziale del padre (ovvero un tasso di sostituzione dell’80%), che di anni ne aveva lavorati 40.

A Pierpaolo le cose vanno meno bene: entra nel mercato del lavoro a 25 anni con un contratto temporaneo, che riesce a mantenere fino ai 28 anni. Per un anno è disoccupato, poi ottiene un lavoro a tempo determinato che tiene fino ai 32, quando si ritrova nuovamente disoccupato. A 33 anni l’ultimo contratto temporaneo che dopo due anni si trasforma in tempo indeterminato. Inoltre Pierpaolo ha un salario mensile di soli 800 euro, che rimane quasi costante, in termini reali, fino a quando ai 33 anni approda al contratto a tempo indeterminato. Alla fine della sua carriera lavorativa, il suo salario reale mensile supera di poco i 1.300 euro. Le difficoltà di inserimento di Pierpaolo hanno dunque segnato la sua carriera lavorativa. Il suo salario reale finale è solo del 62,5% più alto di quello iniziale. Il salario di Lorenzo è invece raddoppiato. Con un sistema previdenziale a contributi definiti, come quello introdotto in Italia dalla riforma Dini del 1995, una carriera lavorativa discontinua e una scarsa crescita salariale si riflettono fortemente sui benefici previdenziali. Se andasse in pensione a 60 anni (come suo padre), Pierpaolo percepirebbe un assegno mensile reale compreso tra i 638 e i 690 euro. È solo lavorando fino a 67 anni che Pierpaolo potrebbe ottenere una pensione mensile reale attorno ai 1.000 euro”.

La situazione è veramente tragica e possiamo sperare solo di trovare, quanto prima, un posto che ci dia una stabilità economica anche una volta andati in pensione ma da quanto si evince dalle ultime notizie non possiamo far nient’altro non possiamo pensare assolutamente a costruirci una famiglia con la persona che amiamo e mettere al mondo dei figli con cui condividere le gioie e i dolori di ogni giorno, sarebbe un’eresia.

Una volta si diceva che eravamo noi quelli che dovevamo cambiare il mondo e vivere in futuro migliore ma quale mondo possiamo cambiare e a quale futuro migliore possiamo sperare se vivere quest’ultimo ci viene negato?

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