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23 giugno 2011

KUNG FU PANDA 2

Recensione del film d’animazione Dreamworks nelle sale dal 24 AgostoQuale goduriosa opportunità per ripararci dalla calura estiva crogiolandoci in una fresca ventata di miticità coccolosa! Un saporito boccone di dolcezza e introspezione cucinato shakerando i già validi ingredienti del primo episodio. Regia, animazione e sceneggiatura concorrono nella creazione di un film movimentato, comico, appassionante e goloso, che gioca sporco proponendoci immagini di indiscutibile tenerezza del piccolo Po offrendo al contempo un messaggio di valenza universale sfruttando la sua crescita.

Ci troviamo ancora catapultati nell’Antica Cina al fianco del paffuto panda oramai divenuto il leggendario Guerriero Dragone che vive proteggendo la Valle della Pace grazie ai suoi amici, i The Furious Five – Tigre, Gru, Mantide, Vipera e Scimmia. Ecco però che un perfido e vanesio nemico trama per conquistare la Cina e distruggere il kung fu a colpi di sibilanti cannonate. Po e i suoi compagni intraprenderanno un viaggio attraverso la Cina per affrontare e sconfiggere questa terribile minaccia che condurrà Po a scoprire finalmente le sue origini (e a capire perché un’oca, inspiegabilmente, non possa essere il suo padre biologico).

I sequel, si sa, sono sempre rischiosi. Dal primo episodio derivano non solo l’interesse del pubblico ma anche notevoli aspettative. La Dreamworks scavalca i problemi dando alle sale una storia compatta, ben costruita e giocata su interrogativi che già nel primo episodio erano stati suggeriti, utilizzando un antagonista estremamente diverso e intimamente legato al protagonista, giocando molto sull’introspezione dei personaggi che diventano tridimensionali non solo nella modalità di visione.

Merita qualche parola di encomio proprio l’uso di un 3D finalmente degno di nota dove ogni inquadratura gioca sulla profondità spaziale sfruttando l’immaginario leggendario legato all’Antica Cina. Paesaggi epici e visioni giocate sempre su almeno due piani rendono gli occhialini uno strumento che arricchisce il film (come ormai molto raramente accade), elemento frutto di un lavoro meticoloso e scrupolosissimo di cura dell’aspetto grafico.

La vogliamo trovare una pecca? Preciso che non si tratta di un difetto legato solo al film ma implicitamente ad un aspetto sociologico della cinematografia americana. Trattasi del modello, tipicamente a stelle e strisce, per cui si passa dal fast/fat food al fast/fat success. Un qualsivoglia personaggio si immette in un ambito in cui per affermarsi normalmente ci vogliono decenni e, grazie alle sue straordinarie capacità e alla sua simpatia arriva, trova già le basi pronte e supera tutti in venti minuti di film. Un successo take away: elementare e senza attese.

Ad essere cattivi potremmo anche notare che, nell’America dell’obesità far affermare un paffuto panda non può che generare una simpatia legata alla personificazione spettatoriale. Ad essere ancora più cattivi, quasi malvagi, potremmo dire che far avvenire tutto ciò in Cina ha qualcosa di politico e che Tigre non sembra tanto diverso dal modello cinese del superlavoratore sottopagato che lavora il doppio del panda americano per poi arrivare sempre secondo. La differenza casomai consiste nel fatto che nel film la cosa a Tigre sta bene.

Sull’accezione politica non ci pronunciamo all’interno del film, essa può solo essere ipotizzata e si può configurare al massimo come subliminale. Il modello del successo take away, invece, sembra essere ben noto ai realizzatori poiché anche il maestro Shifu non si evita una battutina sul fatto che ciò che lui è riuscito a fare in venti anni Po l’ha sbrigato in qualche minuto. Certo, Po ha avuto il dolore dell’adozione ma, tutto sommato, non sembra essersela cavata con poco? Eppure, domanda aggiuntiva compresa nel prezzo, non è un po’ anche il sogno di tutti scoprire di avere una capacità innata per qualcosa e affermarci in breve nella top class? Si tratta di prevaricazione o di un adeguamento all’ambizione spettatoriale?

Ad ogni modo non vale la pena giudicare il film in base a questo. Chiudiamo un occhio sulla possibile visione sociale/politica e gustiamoci semplicemente un’ora e mezza che ha come principale difetto di concludersi troppo presto. La visione è assolutamente consigliata e, per gli amanti dell’animazione, rigorosamente obbligata. Non sono concesse pause emozionali, non ci vengono risparmiate risate e, per i più sensibili, persino qualche lacrimuccia di commozione dinanzi agli occhioni del piccolo panda adottato. C’è davvero un gran bisogno di film dolcemente universali come questo.

Tommaso Ceruso

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