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22 giugno 2011

Piccolo viaggio nel favoloso mondo dell’associazionismo

Prima che automatici autonomi.

Bello slogan. Utile se dovessi presentarmi alle prossime elezioni. Ma non lo farò state tranquilli.
Adatto a circoscrivere i contorni di una speranza invece: quella di tutti quegli studenti universitari che vorrebbero contare di più di un volgare e cavilloso dato statistico.

Ma i piedistalli piacciono da morire ad un Paese come il nostro che ha smesso di camminare a piedi e viaggia solo se dietro può contare su delle sospensioni da Formula Uno.

Peccato però che alla guida non ci siano personaggi come Vettel e Button.

Forse la macchina del Governo (qualsiasi Governo), andrebbe meglio e riuscirebbe ad evitare le curve pericolose dell’esistenza.

Ma non vi riesce e allora fragorose risate cadono su quanti speravano dopo la pioggia di sì cascata qualche giorno fa, in un cambiamento davvero democratico dello stato delle cose.
Ma la realtà muta lenta e la mentalità delle persone non cambia mai.

Per cui ora possiamo dirlo: noi giovani siamo nelle mani di bambolotti impomatati e sonnolenti che sanno dire sempre e solo no. Anche di fronte alle evidenze imposte dalle conquiste studentesche.
E’ quanto è avvenuto ieri pomeriggio, alla Sala dei Notari, in una conferenza sul futuro dell’Università di Perugia.
Tra gli interventi quelli del rettore Francesco Bistoni, del Sindaco di Perugia, Vladimiro Boccali e della governatrice Catiuscia Marini.

In questa sede, e dinanzi a tanto titolato pubblico, il rettore Bistoni ha snocciolato un pò di dati e confermato che l’Università punterà sullo sviluppo della ricerca.

33 sono i progetti finanziati con i fondi europei, mentre, proprio attraverso la ricerca, solo lo scorso anno, sono entrati nelle casse dell’ente, 25 milioni di euro. In essere ci sono accordi Erasmus stipulati con altre 350 università europee.
Bene.

Tutto molto bello come diceva Bruno Pizzul, ma i giovani delle associazioni studentesche universitarie locali dov’erano?

Non c’erano e furiosa e subito montata la loro legittima protesta.

E’ assurdo pensare, infatti, che all’alba, di un risveglio democratico L’Università possa fare a meno delle proprie risorse che non sempre hanno le fattezze gentili di un novello ricercatore, ma possiedono anche la

rustica ed appassionata tempra di chi, studia giorno e notte impegnandosi allo spasmo per offrire alle matricole occasioni per mettere in evidenza le proprie doti umane, artistiche e personali e che vengono colpevolmente ignorati quando si tratta di farli diventare protagonisti va da se quindi, che dei giovani si parli sempre e solo in termini negativi.
Calmiamoci invece e proviamo a ragionare.
Chi sono i giovani delle associazioni?
Coscienziosi studenti consapevoli che diventar adulti in questo mondo burrascoso è difficile. Non è facile per loro esser delfini in mezzo agli squali. Far la voce grossa in un megafono invece sì. Almeno la sentono e forse capiscono. Capiscono che l’America non è sempre aldilà dell’oceano e se ce la mettono tutta, le cose possono cambiare per davvero.
Ma l’ugola per quanto potente, da sola non basta. In Italia si sta male. Si sta stretti. Emigrare non è più un vezzo per volatili freddolosi e canterini.

Sono ragazzi che del megafono farebbero volentieri a meno. Gradirebbero un tavolo invece. Di concertazione ancora no forse. Di discussione di sicuro. Ma una generazione di uomini e donne insulsa e incapace d’amare gli ha tolto la libertà di parola relegandoli ad essere un dato statistico di economie spompate e vergognose.
Tanto da metter tutto in un trolley e fuggir via lontano. Solo per poter esser se stessi.

Tanto se restano nessuno li nota. Eppure se li notano non li prendono in considerazione.

Perché i posti che contano sono tutti occupati. O appaltati da un unico cognome, una sola famiglia. Certe famiglie poi, sono come i diamanti: per sempre.

Per cui anche se ti sei fatto un gluteo da Miss Mondo devi andartene. E ti ritrovi in stazioni buie e maleodoranti a pagare un biglietto per un viaggio della speranza. O resti e accetti la sfida e ti ritrovi in corridoio. E poco importa se sia quello di casa o di un ufficio comunale. La sensazione di non essere gradito è la stessa. Il futuro è una porta chiusa. Alcune con tanto di cartello. “Non disturbare”. Porte che nemmeno tre lauree complete riescono ad aprire.

Precluse le professioni liberali: migliaia di neo-avvocati si strappano di bocca piccole cause. Blindati i media: pubblicità e diffusione in calo, si esce ma non si entra. Sprangate banche e finanza (troppo tardi: i prestigiatori con i capelli grigi sono già scappati). Serrate industria e commercio: clienti e ordini calano. Sbarrata la politica: ormai si accede per il favore dei capi. Chiusa perfino la possibilità di metter su famiglia. E chi come il sottoscritto, sulla propria carta d’identità vorrebbe metter padre deve rinunciare.

Sto piangendo. Perdonatemi. Mi succede spesso, quando penso al mio sogno più grande: diventar papà.
Ma bisogna reagire cari ragazzi. Non dobbiamo permettere che il peso delle circostanze, e la sfiducia ci ostruiscano la visuale. Siamo scampati a Saddam Hussein, Bin Laden, la crisi economica, il programma di Vittorio Sgarbi e alla minaccia nicleare.
Supereremo anche questa.

Abbiamo pur sempre le nostre lauree poi.

Non serviranno a nulla ne sono certo. Ma su Facebook faranno sempre la loro porca figura.

Gaetano Santandrea

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