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9 giugno 2011

Referendum, la difficile scelta degli studenti fuori sede: torno o non torno a casa a votare?

Finalmente ci siamo. Il 12 e 13 Giugno gli italiani saranno chiamati ad esprimersi, attraverso il voto referendario, su quattro quesiti e tre temi importanti e quanto mai attuali come il nucleare, l’acqua pubblica e il legittimo impedimento.

Da quando nel 1970 fu approvata la legge di attuazione del referendum, i cittadini italiani hanno avuto un modo in più per esercitare lo strumento di democrazia diretta. In realtà la Repubblica italiana nacque, nel 1946, attraverso una consultazione referendaria in cui i cittadini furono chiamati a scegliere proprio tra monarchia e repubblica, ma solamente negli anni Settanta il referendum è divenuto a tutti gli effetti un’ “arma legittima” in mano ai cittadini.

Da molto tempo a questa parte non si vedeva un osteggiamento tanto forte verso questa forma di espressione popolare, in primis da parte dei mezzi d’informazione che, in linea con le ferree direttive governative, hanno oscurato in tutti i modi questo evento e hanno cercato di confondere le idee ai cittadini, attraverso “mezzucci” ed escamotage (come altro chiamare lo “sbaglio” commesso dai telegiornali nell’annunciare le date del voto). E’ chiaro che questo referendum sia visto come un’ulteriore banco di prova per questo esecutivo che già ha ricevuto un duro colpo dalle elezioni amministrative.

In tal senso risulta importantissimo per essi far fallire la consultazione, attraverso il mancato raggiungimento del quorum necessario alla validità del voto. E già una parte dei cittadini, i troppo spesso ignorati studenti fuori sede, non potranno esprimere il proprio diritto di voto, poiché impossibilitati a raggiungere i comuni di residenza a causa di impegni universitari. Le università, infatti, non solo non sospenderanno l’attività didattica nella giornata di lunedì 13, ma in alcune facoltà – è il caso della facoltà di Lettere della Sapienza – molti professori hanno fissato esami proprio per quella data.

Certo, è vero che il voto referendario è strutturato su base nazionale e non collegiale come le elezioni politiche e per questa ragione esiste la concreta possibilità di votare in un comune che non sia quello di residenza (la domanda per essere nominato rappresentante di lista doveva essere presentata entro il giorno 5), ma è altrettanto vero che i posti per richiedere di essere nominati rappresentanti di lista, unico modo per accedere al voto come fuori sede, sono limitati e dunque la maggior parte dei fuori sede rimarrà esclusa dall’esercizio del voto. Basti pensare al caso di Bologna, dove su oltre 58mila fuori sede, solamente 2mila avranno la possibilità di votare.

Dunque ben venga la democrazia diretta, ben venga il referendum come espressione del volere del popolo ma se non si dà a tutti la possibilità di votare la democrazia risulterà sempre e comunque azzoppata. Perché non basta offrire biglietti ferroviari a metà prezzo per incentivare gli studenti a tornare a casa per votare se poi le università fissano esami, convegni e seminari obbligatori.

Arturo Catenacci

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