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22 giugno 2011

Università italiane: un sistema in agonia

L’ università italiana negli ultimi decenni si è profondamente trasformata. Le riforme che si sono susseguite nel tempo, in particolare la riforma Berlinguer e Gelmini, hanno destrutturato il sistema universitario, svuotandolo di contenuti didattici, culturali, sociali, trasformando gli atenei in una sorta di fabbrica di cervelli, di vuoti a rendere, di automi laureati.

I punti più contestati da docenti e professori sono la volontà palese, dell’ ultima riforma, di tramutare l’università pubblica in una sorta di elitaria azienda privata attraverso l’ opportunità di affidare a soggetti privati la gestione del sapere pubblico, i tagli indiscriminati delle risorse a disposizione degli atenei, con conseguente aumento delle tasse il cui peso si riversa sulle spalle della popolazione studentesca.

Per quanto concerne la riforma Berlinguer si è giudicato negativamente il cosiddetto 3+2 che si è rivelato inadeguato e insufficiente. La triennale o cosiddetta laurea breve, salvo qualche eccezione nei settori medici, non si è rivelata una buona scelta poiché non è spendibile sul mercato del lavoro. Come sottolineato più volte anche dalle colonne di questo giornale e da statistiche nazionali, i laureati che acquisiscono la triennale nel 90% dei casi sono costretti a iscriversi alla specialistica e se decidessero di fermarsi non troverebbero un impiego adeguato all’altezza degli studi compiuti.

Inoltre, l’offerta didattica si è profondamente ridimensionata e il sistema dei crediti ha creato un fiorire di discipline che spesso si rivelano poco attinenti con il percorso di studi. Situazione a cui hain qualche modo posto rimedio la riforma Mussi reintroducendo il semestre e accorpando discipline. Ciò non è sufficiente poiché il problema della qualità della didattica è legata a filo doppio all’introduzione dei crediti universitari.

Fissare un tetto massimo di crediti da raggiungere e da spalmare sulle varie materie da sostenere, obbliga il docente e l’ università a limitare le ore di lezione per non sforare, per non andare oltre il numero di crediti assegnato.

Un altro aspetto fortemente critico è il numero chiuso per l’accesso alle varie facoltà. Il numero chiuso appare deleterio, poco democratico e risponde ad una logica aziendale privatistica e poco attenta alle reali capacità di uno studente. Chi ricorre al numero chiuso a sostegno di tale scelta, mette in luce un presunto criterio meritocratico, ma la meritocrazia la si dovrebbe applicare nel momento in cui si sostiene un esame, in quel caso è doveroso premiare chi vale di più, ma le condizioni di base di accesso al sapere devono rimanere eguali per tutti.

Questi i punti più critici, a cui si accompagna l’annoso problema dei ricercatori, sottopagati, sfruttati e poco valorizzati.

Le ragioni che hanno portato a questa situazione sono molteplici, ma forse il motivo principale è da imputare ad un uso politico dello strumento delle riforme. I politici troppo spesso hanno preso decisioni senza consultare docenti ed universitari, invece il buon senso suggerirebbe di realizzare una riforma in sinergia col mondo universitario.

Le scelte spesso sono state operate anche per affermare una discontinuità rispetto al precedente governo. La classe politica italiana da questo punto di vista pecca di presunzione e ignora i reali problemi del mondo accademico e studentesco. Ciò che gli studenti chiedono è una didattica ad alto livello, professori preparati, possibilità di inserirsi subito nel mondo del lavoro, meritocrazia vera. La politica deve capire una volta per tutte che un paese senza cultura, senza ricerca è un paese destinato a morire.

Vincenzo Amone

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