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6 luglio 2011

I Simpsons: metafora dell’Università italiana?

Orario di pranzo. Puntualmente la mano, a tastoni mentre la vista è ormai annebbiata dal piatto di pasta, cerca il telecomando alla ricerca di un programma adatto a “fare compagnia”. Vediamo che danno in televisione. A meno che non abbiate voglia di seguire un processo di Forum o di Verdetto Finale (sempre sia lodata la varietà della tv), la scelta finisce per cadere inevitabilmente sui Simpsons. Ovviamente si tratta delle repliche del primo dopoguerra già rimandate in onda ai tempi della caduta del muro e nei momenti in cui la moda la dettava Britney Spears.

Interessante e straordinariamente comica la piccola Springfield. Eppure vi è qualcosa di inquietante che può essere riassunto nella domanda: cosa distanzia il mio mondo dal loro? Beh, nel loro universo il sindaco Quimby (cioè la politica) è un, come dire, “frequentatore di passeggiatrici”che pensa solo ai suoi interessi personali, infrange la legge a piacimento e promette alle elezioni senza mai mantenere.

La polizia (soprattutto il commissario Winchester) è pigra e corrotta dalla politica e dalla criminalità. La criminalità è principalmente la mafia di Tony Ciccione, che regna ed impera su tutto il territorio. Il cittadino medio, Homer, non è neanche lontanamente sfiorato dall’idea di allontanarsi dal divano, inebetito dalla TV e, senza accorgersene, lavora per una centrale nucleare che inquina l’ambiente affinché un perfido imprenditore, Mr. Burns, possa avere il monopolio energetico. Trovate le differenze.

Che i Simpsons siano una satira sulla società americana, e dunque anche sulla società italiana, è evidente. Lo è meno che racchiudano perfettamente anche la condizione della nostra università. Prendiamo la situazione della scuola elementare di Springfield. Il preside è un uomo impacciato, diciamo pure inadeguato al suo compito, la sua preoccupazione sono i tagli di bilancio e i conti. Pur di farli quadrare taglia lezioni di vario tipo, dai corsi d’arte a quelli di sport ai laboratori di scienza. La pratica scompare e resta solo la teoria. I docenti sono sottopagati, impigriti e rassegnati. Un tempo credevano nell’insegnamento ma ormai, dinanzi alle modifiche effettuate ai corsi e ai testi e potendo usufruire, per evitare censure e problemi etici, di video educativi risalenti al debutto di Mike Bongiorno, la loro speme è decisamente sfiorita.

Che ne è degli studenti dunque? Si pensa solo alla campanella di fine lezione, diciamo la laurea breve della situazione. Poi si scappa a casa e ci si dimentica tutto. A interessarsi davvero dell’apprendimento è rimasta solo la piccola Lisa, amante della conoscenza, decisa a salvare l’ambiente e il mondo intero difendendo i suoi ideali. Non riesce difficile paragonare Lisa allo studente universitario italiano che crede in quello che studia e lotta per ciò in cui crede… ovviamente a dispetto dei mezzi e del contesto.

Lisa continuerà a lottare, lo farà all’infinito probabilmente. Fa parte del personaggio. Lo studente italiano riuscirà a fare lo stesso o arriverà ad un punto in cui, pur di lavorare, capirà che si deve necessariamente sporcare le mani? L’altro rischio, invece, è quello di restare bloccati all’interno di una replica infinita, incastrati nella puntata di un cartone che verrà ripetuta anno dopo anno, ministro dopo ministro, riforma dopo riforma finché, lentamente e all’improvviso, non ci sarà più nulla di cui ridere.

Tommaso Ceruso

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